
Dopo il riconoscimento UNESCO, la cucina italiana finisce nel mirino dell’ideologia
L’UNESCO ha deciso: la cucina italiana è Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Una notizia che avrebbe dovuto unire tutti nell’orgoglio di una tradizione gastronomica amata in ogni angolo del pianeta. Invece, c’è chi riesce a trasformare persino un piatto di pasta al pomodoro in una questione di oppressione sistemica.
Protagonista di questa singolare crociata ideologica è Valeria Fonte, attivista femminista non nuova alle polemiche, attualmente sotto indagine per stalking e diffamazione dalla Procura di Monza. La sua reazione al riconoscimento UNESCO? Un lungo sfogo su Instagram in cui definisce il cibo italiano “strumento patriarcale, nazionalista e colonialista”. Già, avete letto bene: il ragù della nonna sarebbe ora complice del sistema di dominio maschile.
Le argomentazioni di Fonte seguono una logica distorta ma prevedibile per chi mastica un certo tipo di attivismo digitale. Secondo la sua visione, celebrare le tradizioni culinarie tramandate da madri e nonne significherebbe perpetuare l’idea che le donne debbano identificarsi con il lavoro di cura gratuito. Come se riconoscere il valore culturale di queste pratiche equivalesse a imporre alle donne di oggi di tornare ai fornelli contro la loro volontà.
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Ma c’è di più. L’attivista accusa addirittura il governo di investire sui food blogger per promuovere “il vero cibo italiano” come forma di orgoglio nazionalista. Cita persino una battuta sul kebab per dimostrare che dietro la difesa della carbonara si nasconderebbe un pensiero colonialista. Peccato che la cucina italiana sia storicamente l’esatto contrario del colonialismo: è locale, povera, figlia dell’ingegno popolare e della necessità, non certo dell’imperialismo.
Quello che sfugge a questa narrazione è la realtà storica e antropologica della nostra tradizione gastronomica. La cucina italiana non è nata nei saloni del potere ma nelle case umili, dove generazioni di donne hanno trasformato ingredienti semplici in capolavori per sfamare le proprie famiglie. Era creatività, sacrificio, amore. Ridurre tutto questo a “oppressione patriarcale” non è solo intellettualmente disonesto: è un insulto alla memoria di quelle donne.
L’ossessione nel trovare il patriarcato ovunque, persino in un piatto di lasagne, rivela un limite profondo di certo attivismo contemporaneo: l’incapacità di distinguere tra strutture di potere reali e tradizioni culturali condivise. Non tutto ciò che coinvolge ruoli tradizionali è automaticamente oppressivo. Non ogni differenza è discriminazione. E soprattutto, non ogni eredità culturale va cancellata in nome di una presunta liberazione.
La cucina italiana è identità, storia collettiva, patrimonio che attraversa classi sociali ed epoche. È stata riconosciuta dall’UNESCO proprio perché rappresenta un insieme di saperi, pratiche e valori che hanno unito un popolo. Trasformarla in un’arma ideologica è sintomo di un disagio che non riguarda il cibo, ma l’incapacità di accettare che esistano spazi di umanità condivisa che non necessitano di essere “decostruiti”.
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Se continueremo su questa strada, non avremo più bisogno di nemici esterni: ci penseremo noi stessi a smantellare, pezzo per pezzo, tutto ciò che ci rende riconoscibili. E a quel punto, forse, l’unica cosa rimasta da deconstruire sarà il buonsenso.
