
Obitori pieni, sacchi neri e volti numerati su uno schermo: la repressione trasforma le proteste in una tragedia umana senza precedenti.
Scene strazianti negli obitori. Le proteste diventano massacro: migliaia di morti, arresti di massa e famiglie disperate che tentano di identificare i cadaveri ammassati negli istituti forensi
Le immagini che emergono dall’Iran lacerano il cuore. Fuori dall’istituto di medicina legale di Kahrizak, a sud di Teheran, centinaia di corpi giacciono ammassati in sacchi neri. Familiari disperati si accalcano davanti a un monitor dove scorrono i volti dei defunti, ognuno contrassegnato da un numero. È così che le autorità chiedono ai parenti di riconoscere i propri cari: attraverso uno schermo, in mezzo a una folla che piange, urla, cerca di trattenere la disperazione.
I video che sono riusciti a oltrepassare il blocco di internet raccontano una realtà agghiacciante. I corpi vengono trasportati con i pick-up e depositati sul marciapiede. Le famiglie frugano tra i sacchi, alcune persone si inginocchiano accanto ai cadaveri mentre l’angoscia si trasforma in grida laceranti. Non è solo Kahrizak: la stessa scena si ripete in altri obitori del paese, dove l’accumulo di vittime ha superato ogni capacità di gestione.
Le proteste che hanno infiammato l’Iran dal 27 dicembre sono diventate un massacro. Quello che era iniziato come una contestazione economica, scatenata dal crollo della moneta locale, si è rapidamente trasformato in una ribellione aperta contro il regime teocratico. Sedici giorni di manifestazioni hanno portato a una repressione senza precedenti.
I numeri sono spaventosi, anche se difficili da verificare con precisione a causa del blackout totale delle comunicazioni. L’organizzazione Human Rights Activists News Agency parla di almeno 538 morti: 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza. Ma altre fonti dipingono uno scenario ancora più drammatico. La Fondazione intitolata alla premio Nobel per la pace Narges Mohammadi denuncia “sparatorie di massa” da parte delle forze governative e stima oltre duemila vittime. Fonti israeliane citate da media internazionali riferiscono di più di mille morti.
Gli arresti superano le diecimila unità. Le strade di Teheran, Isfahan, Shiraz, Tabriz, Mashhad, la città natale della Guida Suprema Ali Khamenei, sono diventate campi di battaglia. Le forze di sicurezza hanno usato la forza letale contro i civili, sparando ad altezza d’uomo. Ci sono video che mostrano edifici in fiamme, barricate improvvisate, scontri armati.
Un post su X di denuncia:
🚨URGENT: Islamic Republic Regime committed a massacre
After more than 70 hours of near-total internet shutdown, Narges Foundation is receiving absolutely horrific reports of mass shooting of protesters by Islamic Republic forces that has resulted in at least, we emphasize, at…
— Narges Mohammadi | نرگس محمدی (@nargesfnd) January 11, 2026
Ma oltre alla violenza nelle piazze, c’è un’altra crudeltà che si consuma negli obitori. Alle famiglie viene chiesto di pagare circa seimila dollari per riavere i corpi dei propri congiunti. Molti non hanno questa somma. Così i cadaveri rimangono lì, ammucchiati, in attesa che qualcuno li possa riconoscere e reclamare.
L’Iran è sprofondato nell’oscurità, letteralmente. Da oltre settantadue ore internet è praticamente inaccessibile, funzionante solo all’uno per cento della sua capacità normale. Le telecomunicazioni sono state azzerate. A Teheran, interi quartieri sono rimasti senza elettricità per giorni. In risposta, i manifestanti hanno illuminato la notte con le torce dei loro telefoni cellulari, un gesto simbolico di resistenza nel buio imposto dalle autorità.
Nonostante il blackout, alcuni video riescono comunque a filtrare, probabilmente grazie ai trasmettitori satellitari Starlink. Le immagini mostrano folle che marciano pacificamente, che suonano i clacson, che scandiscono slogan contro il regime. “Lunga vita allo Scià” è uno dei cori più frequenti, insieme alle richieste di dimissioni dei leader religiosi.
La comunità internazionale osserva con preoccupazione crescente. Il segretario generale dell’ONU António Guterres si è detto “scioccato” dalla violenza, chiedendo alle autorità iraniane di esercitare “la massima moderazione”. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha assicurato che l’Europa sta al fianco del popolo iraniano “nella sua legittima lotta per la libertà”. Anche Papa Francesco ha lanciato un appello per il dialogo e la pace.
Ma la tensione non riguarda solo l’Iran. Il regime di Teheran ha minacciato ritorsioni contro gli Stati Uniti e Israele qualora Washington decidesse di intervenire militarmente. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha avvertito che le basi americane e il territorio israeliano diventerebbero “obiettivi legittimi”. Dall’altra parte, il presidente americano Donald Trump sta valutando diverse opzioni di sostegno ai manifestanti, tra cui cyber-attacchi, nuove sanzioni e, secondo alcune fonti, persino azioni militari.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha accusato “terroristi legati a potenze straniere” di essere responsabili della violenza, invitando i cittadini a prendere le distanze dai “rivoltosi”. Il governo ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, ma non per le vittime delle manifestazioni: per le forze di sicurezza cadute nella “battaglia di resistenza nazionale”.
Nel frattempo, migliaia di iraniani della diaspora sono scesi in piazza a Londra, Parigi, Vienna, Madrid, Sydney e altre città occidentali per sostenere i manifestanti. Sventolano le bandiere dell’epoca monarchica e chiedono la fine della Repubblica islamica.
Dentro l’Iran, il movimento continua. Il figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi, in esilio da decenni, ha promesso di tornare nel paese “il prima possibile” per guidare una transizione democratica. Ogni sera, nonostante la repressione brutale, migliaia di persone tornano nelle strade.
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Ma sono le immagini degli obitori che resteranno impresse nella memoria collettiva. Quelle file di sacchi neri. Quei volti sullo schermo. Quelle famiglie che cercano tra centinaia di cadaveri il proprio figlio, la propria figlia, il proprio fratello. È la rappresentazione più cruda di una tragedia che continua a consumarsi mentre il mondo guarda, impotente e preoccupato.
