Le dimissioni inaspettate e l’ombra della corruzione sull’intelligence ucraina

Dalle operazioni contro Mosca allo scontro con l’anticorruzione: il caso Malyuk scuote Kiev

Quando lunedì Vasyl Malyuk ha annunciato il suo addio alla guida del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (Sbu), ha cercato di vestire l’uscita di scena con toni eroici: continuerà a “implementare operazioni speciali asimmetriche” per danneggiare il nemico. Una narrazione che suona nobile, ma che nasconde a stento uno scandalo che getta un’ombra inquietante sul rapporto tra potere politico e lotta alla corruzione nel paese in guerra.

La parabola di Malyuk rappresenta in modo emblematico la contraddizione che attraversa l’Ucraina contemporanea: da un lato un paese che combatte per la propria sopravvivenza contro l’aggressione russa, dall’altro una classe dirigente ancora invischiata in dinamiche opache che ricordano troppo da vicino i mali del passato.

Nominato da Zelensky a metà 2022 per ripulire i servizi segreti dagli infiltrati russi dopo lo scandalo che travolse il suo predecessore Ivan Bakanov, Malyuk si era costruito una reputazione da falco inflessibile. Sotto la sua direzione, l’Sbu ha firmato alcune delle operazioni più audaci della guerra: l’attacco alle basi aeree russe con decine di droni lo scorso giugno, la parziale distruzione del ponte di Kerch in Crimea tramite esplosivi nascosti in rotoli di plastica trasportati da un camionista ignaro, gli assassinati mirati di figure russe come il generale Igor Kirillov, fatto saltare in aria a Mosca da una bomba su un monopattino elettrico.

Operazioni spettacolari che hanno fatto guadagnare a Malyuk persino il titolo di “Eroe dell’Ucraina” nel maggio 2025. Eppure, è proprio questo personaggio apparentemente intoccabile a essere scivolato nel vortice dello scandalo che sta facendo tremare Kiev.

Il punto di rottura è arrivato nell’estate 2025, quando l’Sbu ha fatto irruzione nella sede dell’Ufficio Nazionale anti-corruzione (Nabu), arrestando diversi membri dell’agenzia con l’accusa di avere legami con Mosca. Un’accusa che pochi hanno trovato credibile: il Nabu stava indagando proprio sullo scandalo “Midas”, un giro di tangenti da 100 milioni di dollari che ha già causato le dimissioni di ministri e dello stesso Andriy Yermak, uno degli uomini più potenti accanto a Zelensky.

La tempistica non poteva essere più sospetta. Proprio mentre il Parlamento approvava una legge che metteva Nabu e Sapo, le agenzie anticorruzione indipendenti, sotto il controllo del Procuratore Generale nominato da Zelensky, i servizi di Malyuk colpivano chi stava scavando troppo vicino al palazzo. Le proteste di piazza che seguirono furono così intense, rarissime dall’inizio della guerra, che Zelensky fu costretto a ritirare la legge dopo pochi giorni.

Ma il messaggio era già stato inviato: chi indaga sul potere può diventare improvvisamente un “agente nemico”.

Ora, secondo fonti giornalistiche ucraine, sarebbe stata proprio l’amministrazione presidenziale a spingere Malyuk alle dimissioni, un capro espiatorio perfetto per allontanare lo scandalo da Zelensky. Non a caso, l’ex capo dell’Sbu non viene espulso ma “ricollocato” in attività di controspionaggio – una ritirata strategica, non una cacciata.

La vicenda solleva domande scomode per un paese che chiede, legittimamente, il sostegno occidentale nella lotta contro l’invasore: come si può pretendere credibilità internazionale mentre si usano i servizi segreti per intimidire chi combatte la corruzione interna? La guerra contro Putin non può diventare un alibi per soffocare la trasparenza.

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Le dimissioni di Malyuk si aggiungono a una lista già lunga di funzionari coinvolti in scandali negli ultimi mesi. L’Ucraina merita di vincere la battaglia contro la corruzione che la corrode dall’interno.

Fonte: qui e qui

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