
Chernobyl, un buco nel sarcofago nucleare: l’Italia ha lanciato l’allarme, rischio più elevato che una bomba atomica tattica
Un buco di sei metri nel cuore della memoria più buia del nucleare mondiale. Il “sarcofago” d’acciaio che contiene le scorie radioattive di Chernobyl è stato danneggiato, e per dieci mesi nessuno ha davvero ascoltato. Fino a quando l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha confermato quello che dall’Italia avevamo già documentato: la cupola protettiva ha perso la sua capacità di contenere le radiazioni.
È febbraio quando un drone russo di fabbricazione iraniana colpisce il deposito di scorie ad alta radioattività. Ma non è un attacco qualunque: è una minaccia alla sicurezza dell’intero pianeta. E il primo a saperlo, a vederlo, a comunicarlo al mondo, è stato un operatore ucraino addestrato in Italia, che pilotava un drone donato dal Capri Campus.
L’allerta che parte da Napoli
Dietro questa storia c’è un programma di cooperazione tra il Servizio statale ucraino per le operazioni straordinarie (DSNS) e il Capri Campus, realizzato con il sostegno dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, Confindustria e diverse università. Settanta esperti ucraini in sicurezza nucleare sono stati formati. Tre ufficiali, guidati dal colonnello Volodimir Sokol, hanno studiato in Italia. E proprio grazie al drone italiano “Capri Falcon”, con un’apertura alare di 3,30 metri, l’attacco è stato documentato in tempo reale, con precisione forense.
“Abbiamo mostrato al mondo quello che stava accadendo immediatamente”, racconta Mario Scaramella, responsabile del programma internazionale presso il DSNS ucraino. “L’AIEA ci ha messo dieci mesi per confermare i danni. Senza di noi, questo crimine ambientale non sarebbe mai stato provato.”
Dieci mesi. Dieci mesi in cui il deposito ha bruciato per due settimane, in cui una falla si è aperta nella struttura che dovrebbe proteggere il mondo dalle scorie del 1986, in cui il pericolo è rimasto sospeso come una nube invisibile.
Il rischio ignorato
Ora l’AIEA ha finalmente parlato: il “nuovo involucro sicuro”, quella struttura da 1,5 miliardi di euro completata nel 2019, ha perso le sue funzioni principali. Non è più in grado di confinare le radiazioni. Secondo il direttore generale Rafael Mariano Grossi, “sono necessari interventi urgenti e completi per prevenire ulteriori deterioramenti e garantire la sicurezza nucleare a lungo termine”.
Ma per Scaramella le parole istituzionali non bastano. “Il rischio ambientale che si è creato può essere persino superiore a quello di un ordigno nucleare tattico. Sono scenari estremi che la comunità internazionale sta ignorando.”
Un grido d’aiuto inascoltato
Durante l’emergenza, il Capri Campus ha organizzato workshop, testato droni specializzati, lanciato razzi sonda nell’atmosfera per valutare il rischio di contaminazione globale. La Guardian Aerospace americana ha simulato incidenti radiologici. Tutto coordinato dall’Italia, attraverso il Consolato Generale a Napoli.
Eppure, nonostante l’allarme, gli appelli sono rimasti senza risposta. “I pompieri di Chernobyl chiedono il minimo: tute da lavoro, furgoni, pompe di sollevamento”, denuncia Scaramella. “Nessuno ha risposto. Ci rivolgiamo ai comandi delle protezioni civili europee: dateci i mezzi che per voi sono in disuso, ma per noi indispensabili per affrontare un’emergenza immensa.”
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Un crimine ambientale globale
Questo non è solo un attacco militare. È un crimine ambientale di portata internazionale, documentato con prove forensi per essere portato davanti alla Corte di Giustizia dell’Aja. “Anche la procura federale di Mosca dovrebbe intervenire contro chi ha ordinato di colpire una sorgente radioattiva”, aggiunge Scaramella.
E mentre i colloqui di pace sembrano lontani, l’appello è chiaro: mai più colpire obiettivi che costituiscono un pericolo per l’intero pianeta. Non è solo una questione ucraina o russa. È una questione che riguarda tutti noi, sotto lo stesso cielo.
Fonte: adnkronos.com – tg24.sky.it
