
Dopo anni di rigidità green, Bruxelles corregge la rotta: salta il divieto assoluto sui motori endotermici.
L’Europa fa dietrofront sulla sua rivoluzione elettrica. Dopo anni di proclami ideologici e imposizioni dall’alto, Bruxelles si arrende alla realtà e prepara una clamorosa marcia indietro sullo stop totale ai motori endotermici dal 2035. Una svolta che, fino a poche settimane fa, sembrava impossibile. Eppure oggi appare inevitabile, di fronte al disastro del Green Deal automotive.
La Commissione guidata da Ursula von der Leyen è pronta a cancellare il divieto assoluto di vendita di auto benzina e diesel, sostituendolo con un obiettivo di riduzione delle emissioni del 90% invece del 100%. L’annuncio ufficiale arriverà il 16 dicembre, ma le indiscrezioni del quotidiano tedesco Bild e le dichiarazioni di Manfred Weber, leader del Partito Popolare Europeo, confermano che il cambio di rotta è ormai cosa fatta.
«Il divieto tecnologico sui motori a combustione è superato», ha detto Weber dopo un colloquio con von der Leyen. Una frase che chiude simbolicamente un capitolo fallimentare della politica europea, costruito più su slogan green che su analisi economiche serie.
Il prezzo dell’ideologia
Cosa ha portato l’Europa a questo clamoroso ripensamento? La risposta è semplice: la realtà dei fatti. Il Green Deal automotive si è rivelato un boomerang devastante per l’industria europea. Fabbriche in crisi, licenziamenti a catena, crollo degli investimenti e una dipendenza sempre più pesante dalla Cina per batterie, semiconduttori e componenti elettrici.
Le immatricolazioni di veicoli elettrici sono crollate, i costi restano insostenibili per i consumatori e molti costruttori (inizialmente allineati al diktat di Bruxelles) oggi parlano apertamente di “errore strategico”. Nel frattempo, i concorrenti cinesi hanno invaso il mercato europeo con auto elettriche vendute a prezzi inferiori del 30-40%, spesso grazie a massicci sussidi statali.
Il risultato? L’Europa stava metodicamente distruggendo la propria industria automobilistica senza ottenere alcun beneficio ambientale concreto. Semplicemente spostava la produzione e le emissioni altrove.
Italia e Germania impongono il cambio
Il dietrofront arriva soprattutto grazie alla pressione di due Paesi fondamentali: Germania e Italia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha contestato duramente la fattibilità del divieto totale, mentre la premier Giorgia Meloni, insieme al collega polacco Donald Tusk, ha inviato una lettera formale a Bruxelles chiedendo di tutelare la neutralità tecnologica e il patrimonio industriale europeo.
La Lombardia, attraverso l’assessore Guido Guidesi, presidente dell’Alleanza delle Regioni europee automotive, ha espresso cauto ottimismo: «La sensazione è che arrivi una proposta che accetta il principio della neutralità tecnologica».
Cosa cambia davvero
Con la nuova proposta, dal 2035 non sarà più richiesto un taglio del 100% delle emissioni, ma del 90%. Anche l’obiettivo del 2040 viene rivisto. In pratica, potranno sopravvivere ibride plug-in, veicoli con range extender e auto alimentate da e-fuel o biocarburanti. I motori prodotti oggi in Germania, ha sottolineato Weber, potranno continuare a essere fabbricati e venduti.
«Un segnale importante per l’industria automobilistica che tutela decine di migliaia di posti di lavoro», ha dichiarato il leader del PPE, aggiungendo che l’impegno verso la decarbonizzazione resta. Ma nel rispetto della neutralità tecnologica.
Le divisioni politiche
Non tutti sono d’accordo. Il premier spagnolo Pedro Sanchez è su tutte le furie: Madrid ha investito 1,28 miliardi nel “Piano Auto 2030” per promuovere l’elettrico. I Verdi europei, con il co-presidente Bas Eickhout, hanno bollato l’apertura come “una cattiva idea”.
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Von der Leyen si trova ora schiacciata tra due fronti: chi chiede realismo e chi vuole mantenere la rigidità ideologica del Green Deal. Ma la verità è che la norma del 2035 aveva perso consenso politico, industriale e sociale.
L’Europa torna sui suoi passi. Forse, dopo anni di errori costosi, questa è la prima vera scelta sostenibile: quella che non distrugge l’industria nel nome dell’ideologia.
Fonte: ilgiornale.it – corriere.it
