
Sciopero celebrato come trionfo, numeri contestati e attacchi al governo mentre il vero convitato di pietra resta fuori dal mirino.
Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini torna a riempire le piazze italiane, questa volta con uno sciopero generale contro la manovra finanziaria del governo Meloni. Dal palco di Firenze, in piazza del Carmine, il leader sindacale celebra quella che definisce una mobilitazione di successo: “Piazze riempite e fabbriche svuotate in oltre 50 città”. Un trionfalismo che però stride con i numeri reali e, soprattutto, con le contraddizioni che emergono dalle sue stesse parole.
“La maggioranza dei lavoratori, delle lavoratrici e dei pensionati è in piazza”, dichiara sicuro Landini, arrivando a una conclusione piuttosto ardita: “Questo governo non rappresenta la maggioranza e la volontà dei cittadini”. Un’affermazione che ignora un dato di fatto: Giorgia Meloni ha vinto democraticamente le elezioni e governa con un mandato popolare chiaro. Le piazze, per quanto partecipate, non possono sostituirsi alle urne in una democrazia.
L’attacco alla manovra si concentra sui soliti temi: “Vincoli dell’austerità europea” e investimenti destinati al “riarmo”. Ma è quando Landini affronta la questione della vendita di Repubblica e La Stampa che le contraddizioni diventano evidenti. Il segretario della Cgil parla di “tentativo esplicito di mettere in discussione la libertà di stampa”, ma evita accuratamente di nominare il vero protagonista dell’operazione: John Elkann. Invece, con un salto logico che rasenta l’acrobazia retorica, punta il dito contro il governo Meloni.
“Abbiamo imprese e imprenditori che, dopo aver fatto i profitti, chiudono e se ne vogliono andare dal Paese”, tuona Landini. E qui arriva la domanda retorica: “Quelli che fanno i patrioti dove sono?”. Una provocazione diretta al governo, come se l’esecutivo dovesse rispondere delle scelte imprenditoriali di una famiglia che ha costruito la propria fortuna ben prima dell’attuale legislatura. Il tentativo di scaricare su Meloni responsabilità che appartengono al mondo dell’imprenditoria privata appare strumentale e poco convincente.
Sul fronte economico, Landini rilancia la sua proposta-bandiera: una patrimoniale dell’1,3% sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro, che secondo i suoi calcoli coinvolgerebbe 500mila italiani generando 26 miliardi. Fondi che servirebbero per “finanziare sanità, scuola e welfare”. Una ricetta vecchia quanto ideologica, che ignora completamente gli effetti che simili misure potrebbero avere sulla fuga di capitali e sull’attrattività del Paese per gli investimenti.
Il leader sindacale insiste sulla necessità di “investimenti pubblici” e di una riforma fiscale “progressiva”, criticando la tassazione sul lavoro dipendente rispetto a quella sulle rendite. Temi legittimi, certo, ma affrontati con la solita logica redistributiva che non tiene conto delle esigenze di crescita economica e competitività del sistema-Paese.
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Il gran finale è tutto un programma: “Il governo non ha il consenso della maggioranza del Paese”, afferma Landini, contraddicendo nuovamente il risultato elettorale. E sull’occupazione liquida i dati positivi come “un mondo di balle”, sostenendo che l’unica occupazione in crescita riguardi gli over 50 costretti a lavorare per mancanza di alternative pensionistiche.
Mentre Landini attacca Meloni su questioni che non la riguardano direttamente, il governo continua a lavorare su una manovra che punta a mantenere i conti pubblici in ordine e a sostenere le fasce più deboli. Le piazze possono riempirsi quanto si vuole, ma in democrazia contano i voti, non gli slogan.
Fonte: agi.it
