Venezuela, Aída Yéspica azzera Landini: «Non sa cosa ho subito»

La testimonianza durissima dell’esule venezuelana contro chi difende il regime di Maduro dall’Europa

La voce di Aída Yéspica trema di emozione quando parla del suo Venezuela. La celebre modella e showgirl, da anni lontana dalla sua terra natale, non riesce a trattenere la gioia per quello che rappresenta un nuovo capitolo di speranza per il popolo venezuelano. Dopo la recente cattura di Nicolás Maduro, operazione resa possibile dall’intervento dell’amministrazione Trump, milioni di venezuelani in tutto il mondo stanno finalmente respirando aria di possibile libertà.

“Siamo tutti immensamente felici”, confida all’Adnkronos con un filo di voce carico di speranza. “Solo chi ha vissuto davvero in Venezuela può comprendere fino in fondo le sofferenze che abbiamo dovuto attraversare. Parliamo di 25 anni sotto una dittatura comunista che ha distrutto ogni aspetto della nostra vita”.

Le parole di Aída non sono semplice retorica: sono il racconto di una ferita ancora aperta. La sua testimonianza è cruda e diretta quando ricorda gli anni bui: “Ho provato cosa significa soffrire la fame sulla propria pelle. Mio padre si privava letteralmente del cibo per assicurarsi che io potessi mangiare”. Un sacrificio che nessun genitore dovrebbe essere costretto a fare, eppure questa è stata la realtà quotidiana per innumerevoli famiglie venezuelane.

Ma c’è di più. La violenza del regime non ha risparmiato nemmeno i suoi cari: “Mia sorella è stata aggredita per strada da criminali armati che volevano rubarle il cellulare. Puntandole una pistola addosso, per un semplice telefono”. Un episodio che racconta il degrado e l’insicurezza in cui è sprofondato un paese che un tempo era tra i più prosperi del Sud America.

Per questo le manifestazioni della Cgil in difesa di Maduro l’hanno colpita profondamente. Con rispetto ma fermezza, Aída esprime il suo disappunto: “Rispetto tutte le opinioni, ma chi scende in piazza per difendere Maduro semplicemente non ha vissuto quello che abbiamo vissuto noi. Non sanno cosa significa”. Un appello accorato a mettersi nei panni di chi ha sofferto: “Questa gente dovrebbe provare a capire il nostro dolore e rispettare i nostri sentimenti, invece di giudicare dall’esterno”.

Sono quattordici lunghi anni che Aída non può tornare nella sua patria. “Non vedevo l’ora che arrivasse questo momento”, ammette con emozione. Mentre lei era impossibilitata a rientrare, sua sorella e numerosi amici venezuelani hanno potuto celebrare insieme a Piazza Castello a Milano, unendosi alla comunità di esuli che finalmente intravede uno spiraglio di cambiamento.

“Lasciateci festeggiare questa possibilità di libertà”, chiede con il cuore in mano. “Non sappiamo ancora cosa accadrà domani, è vero, ma dopo un quarto di secolo di oppressione abbiamo il diritto di sperare”.

Il sentimento di Aída è condiviso da migliaia di venezuelani sparsi per il mondo, molti dei quali hanno espresso delusione verso chi, comodamente seduto in paesi liberi e democratici, difende regimi che hanno causato indicibili sofferenze. Persino alcuni iscritti alla Cgil, come l’attivista e rifugiata politica Soreilis Rojas, hanno manifestato il loro dissenso, arrivando a dichiarare di voler stracciare la tessera del sindacato.

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La storia di Aída Yéspica è quella di milioni di persone che hanno perso tutto ma non la speranza. E oggi, grazie anche alla determinazione dell’amministrazione Trump, quella speranza brilla più forte che mai.

Fonte: qui e qui

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