
Diffide, richieste di rimozione e risarcimenti miliardari: la battaglia legale si sposta sui social
La storia di Alfonso Signorini si fa sempre più intricata. Dopo essere finito sotto inchiesta per violenza sessuale ed estorsione (in seguito alla denuncia del modello Antonio Medugno), il conduttore del Grande Fratello ha deciso di passare all’attacco. I suoi avvocati, Daniela Missaglia e Domenico Aiello, hanno mandato una diffida ufficiale ai big del web, Facebook, YouTube, Instagram, TikTok e Google, chiedendo di cancellare subito i contenuti pubblicati da Fabrizio Corona.
Nella lettera di diffida, i legali di Signorini non le mandano a dire. Accusano i social di aver “consentito gravi crimini” e di aver amplificato “gli effetti di tali illeciti a dimensioni incommensurabili”. Secondo loro, l’immagine del direttore di Chi sarebbe stata “irrimediabilmente deturpata” dalla circolazione di conversazioni private e materiale personale diffuso tramite il format “Falsissimo” di Corona.
Gli avvocati sostengono che i colossi tech abbiano permesso un uso “indiscriminato e offensivo” delle loro piattaforme, senza controllare praticamente nulla. Questo avrebbe violato le norme sulla privacy, mentre i social avrebbero guadagnato dalla diffusione di contenuti che definiscono “di provenienza illecita”.
La strategia si muove su più fronti: oltre a chiedere la cancellazione immediata, gli avvocati avvertono che, anche se la Procura di Milano dovesse archiviare l’accusa di revenge porn contro Corona, le piattaforme potrebbero comunque essere ritenute responsabili di “ricettazione di dati di provenienza illecita”. Nel frattempo, sul tavolo ci sono possibili cause civili con richieste di risarcimento miliardarie, calcolate in base alla notorietà e al prestigio professionale del conduttore.
Ma proprio sulla difesa emergono parecchi problemi. L’avvocato Aiello, in dichiarazioni recenti, aveva definito “balorda” la versione di Medugno, dicendo che il giovane modello sarebbe “abituato a proporsi in ogni forma per andare in tv”. Parole che hanno fatto scattare subito la risposta dei legali di Medugno, Cristina Morrone e Giuseppe Pipicella.
La replica è stata netta: “Le affermazioni volte a screditare il signor Medugno sono di una gravità inaudita, oltre a essere diffamatorie”, hanno scritto. Gli avvocati del modello sottolineano come nessuna strategia difensiva possa giustificare “la diffamazione gratuita”, soprattutto quando si parla di una presunta vittima di violenza sessuale. Un richiamo al dovere deontologico di non contribuire a una vittimizzazione secondaria.
Questa vicenda solleva domande che vanno oltre il caso specifico. Da un lato, è chiaro che diffondere materiale privato senza autorizzazione viola la privacy e va tutelato. Dall’altro, il modo in cui la difesa di Signorini ha scelto di attaccare chi ha denunciato appare quantomeno discutibile.
Il conduttore si è autosospeso da Mediaset dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, una scelta che dice molto sulla gravità della situazione. Medugno ha ribadito di non essere “mai andato a letto” con Signorini, ma di aver subito avances “spinte e non volute”.
In questo contesto, l’approccio aggressivo verso i social, pur giustificato per difendere la privacy, rischia di sembrare un modo per spostare l’attenzione dal centro dell’inchiesta. La questione resta delicata: da una parte il diritto alla riservatezza, dall’altra la necessità di non soffocare una denuncia che merita di essere valutata seriamente dalle autorità.
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La verità processuale dovrà fare il suo corso, mentre l’opinione pubblica resta divisa tra chi sta dalla parte del conduttore e chi invece crede al giovane modello. Una cosa però è certa: questa storia mette in luce quanto sia sottile il confine tra difesa legittima e strategia mediatica.
