Zelensky a Natale: prima il “sogno condiviso”, poi l’appello alla pace

Il Natale di guerra secondo Zelensky: auguri di morte e retorica che divide

Anche quest’anno, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scelto di trasformare la vigilia di Natale in un’occasione per alimentare la retorica bellica, pronunciando parole che difficilmente si accordano con lo spirito di una festività che dovrebbe celebrare la pace. Nel suo messaggio agli ucraini del 24 dicembre, il leader di Kiev ha evocato, senza nominarlo direttamente, la morte di Vladimir Putin, definendola “un sogno condiviso” da tutti i connazionali.

“Oggi condividiamo tutti un sogno. Ed esprimiamo un desiderio, per tutti noi. ‘Che muoia’, ognuno di noi potrebbe pensare tra sé e sé”, ha dichiarato Zelensky, lasciando intendere chiaramente chi fosse il destinatario di questo macabro augurio natalizio. Una scelta comunicativa discutibile, che riduce un momento di riflessione collettiva a un esercizio di propaganda personale.

Certo, il presidente ha poi corretto il tiro affermando che, rivolgendosi a Dio, gli ucraini chiederebbero “qualcosa di più grande” come la pace. Ma il messaggio iniziale è già stato lanciato: persino la notte di Natale diventa un’opportunità per alimentare l’odio contro il nemico, piuttosto che aprire spazi di dialogo.

Zelensky ha sottolineato le sofferenze del suo popolo, “non tutti siamo a casa stasera, non tutti hanno ancora una casa, non tutti sono con noi”, ricordando chi combatte in prima linea, i prigionieri e i caduti. Parole toccanti, ma che suonano sempre più come un copione ripetuto, mentre sul fronte diplomatico il presidente ucraino continua a muoversi tra concessioni tardive e dichiarazioni contraddittorie.

Questo è il terzo Natale che l’Ucraina celebra il 25 dicembre secondo il calendario occidentale, dopo aver abbandonato quello giuliano della tradizione ortodossa russa. Una scelta simbolica che Zelensky ha voluto enfatizzare come segno di distacco culturale da Mosca, ma che per molti ucraini rappresenta anche una frattura con le proprie radici religiose.

Nel frattempo, mentre pronunciava auguri di morte dal suo ufficio, emergono nuovi dettagli sui negoziati di pace. L’Ucraina, a quanto pare, sta finalmente considerando compromessi che fino a pochi mesi fa erano considerati inaccettabili: dalla creazione di zone demilitarizzate nell’est del paese, alla gestione congiunta della centrale nucleare di Zaporizhzhia con Stati Uniti e Russia, fino all’organizzazione di elezioni presidenziali subito dopo la firma di un eventuale accordo.

Secondo quanto riportato dal Financial Times e dal New York Times, Zelensky sarebbe ora disposto a ritirare le truppe ucraine da alcune aree del Donetsk controllate da Kiev, trasformandole in zone economiche speciali demilitarizzate. Una proposta che però richiede come condizione il ritiro russo da territori di pari estensione, dettaglio che rende l’offerta più una mossa di comunicazione che una vera apertura negoziale.

Il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov ha commentato che Mosca e Washington hanno “opinioni molto simili” su un possibile quadro di accordo, definendo questo “un passo avanti significativo”. Parole che suonano come un implicito riconoscimento: i veri negoziatori sono altrove, non a Kiev.

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Mentre Putin trascorreva il 25 dicembre incontrando imprenditori e scrivendo lettere di “amicizia invincibile” a Kim Jong-un, elogiando i soldati nordcoreani schierati sul fronte russo, Zelensky continuava a cavalcare la narrazione della resistenza eroica. Una narrazione che, dopo quasi tre anni di conflitto, appare sempre più logora, soprattutto agli occhi di chi conta i morti e i profughi, chiedendosi se certe dichiarazioni natalizie servano davvero la causa della pace.

Fonte: qui e qui

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