Inno di Mameli: cosa cambia nelle cerimonie ufficiali

Il “sì” che non si deve più dire: l’inno cambia per ordine dall’alto

C’è un piccolo particolare che da qualche mese manca nelle cerimonie militari italiane: quel “sì!” gridato con enfasi alla fine dell’inno di Mameli. Una tradizione popolare che si è radicata nel tempo, ma che ora viene ufficialmente accantonata. La decisione arriva dall’alto, precisamente dal Quirinale, attraverso un decreto presidenziale firmato il 14 marzo scorso da Sergio Mattarella, su proposta del governo Meloni, e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 7 maggio.

La notizia emerge da un documento dello Stato Maggiore della Difesa datato 2 dicembre, che ha fatto il giro delle caserme italiane. Il foglio, firmato dal generale di divisione Gaetano Lunardo, capo del I reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito, è chiaro nelle sue istruzioni: durante eventi e cerimonie militari di rilievo istituzionale, quando viene eseguita la versione cantata de “Il Canto degli Italiani”, non dovrà più essere pronunciato il fatidico “sì!” finale.

L’ordine è sceso a cascata attraverso tutti i comandi, fino alle stazioni della Guardia di Finanza, con la richiesta di “scrupolosa osservanza”. Insomma, niente più urla spontanee dopo il verso “Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”.

Sul sito del Quirinale campeggia ora una versione dell’inno del 1971, interpretata dal tenore Mario Del Monaco, dove dopo l’ultimo verso segue solo musica strumentale. Nessun “sì”. La spiegazione ufficiale del Colle è tecnica e apparentemente inattaccabile: si tratterebbe di un adeguamento richiesto dalle bande musicali per rendere l’esecuzione dell’inno conforme al testo originale di Goffredo Mameli.

Il decreto fa infatti riferimento alla legge del 4 dicembre 2017, che riconosce “Il Canto degli Italiani” di Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro come inno nazionale della Repubblica. Il ragionamento è lineare: bisogna tornare alle origini, alla purezza del testo poetico.

Ed è qui che la faccenda si fa interessante. Perché se è vero che nel testo scritto da Mameli e inviato al compositore Novaro quel “sì” non compare, è altrettanto vero che nello spartito musicale originale di Novaro la nota c’è eccome. Maurizio Benedetti, nell’edizione critica pubblicata dal Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino nel 2019, conferma che fu proprio Novaro ad aggiungere quell’esclamazione finale.

Quindi, a quale “originale” ci si sta attenendo? Al testo poetico o allo spartito musicale? Il decreto parla di entrambi, eppure la scelta fatta privilegia uno a discapito dell’altro. Una contraddizione che solleva qualche perplessità.

Ciò che colpisce non è tanto il merito della questione, si può discutere all’infinito se sia più autentico un testo o uno spartito, quanto il metodo. In un’epoca in cui ogni simbolo nazionale viene costantemente richiamato e celebrato, la decisione di modificare una prassi consolidata arriva dall’alto, senza un vero dibattito pubblico.

Il Presidente Mattarella, garante dell’unità nazionale e custode della Costituzione, ha scelto di intervenire su un dettaglio che per molti italiani è tutt’altro che marginale. Quel “sì” urlato rappresentava un momento di partecipazione emotiva collettiva, un modo spontaneo di sentirsi parte della comunità nazionale.

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La scelta di eliminarlo, seppur giustificata con argomenti filologici, appare come l’ennesima regolamentazione di un gesto che viveva nella spontaneità. E lascia aperta una domanda: nel tentativo di preservare l’autenticità storica, non si rischia di perdere qualcosa di altrettanto autentico, ovvero il modo in cui gli italiani hanno fatto proprio quell’inno nel corso dei decenni?

Un interrogativo legittimo, che non mette in discussione l’autorevolezza del Capo dello Stato, ma invita a riflettere su come si custodiscono le tradizioni: preservandole cristallizzate nel passato o lasciandole evolvere nel sentire comune?

Fonte: qui e qui

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