Lo sgombero di Askatasuna e la retorica fuori tempo di Ilaria Salis

Tra legalità violata e retorica militante: perché la difesa di Ilaria Salis non regge ai fatti

L’operazione delle forze dell’ordine che questa mattina ha portato al sequestro e allo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha scatenato le prevedibili reazioni del mondo antagonista. Tra le voci che si sono levate in difesa dello storico spazio occupato di corso Regina Margherita, quella dell’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis emerge per toni e modalità che meritano una riflessione critica.

La deputata, già nota per le sue posizioni radicali, ha aspettato diverse ore prima di intervenire sui social network, mentre i militanti del centro erano già in stato di mobilitazione. Il suo messaggio ha il sapore di uno slogan da corteo studentesco: “Che vi piaccia o meno, Askatasuna vive nella Torino che lotta dal basso per la giustizia sociale”, ha scritto, promettendo che lo “spirito collettivo continuerà sempre ad ardere” nonostante sgomberi e quella che definisce propaganda. Parole che risuonano come un manifesto generazionale, ma che ignorano completamente le ragioni concrete che hanno portato all’intervento delle autorità.

Lo sgombero non è arrivato come un fulmine a ciel sereno, né rappresenta un atto di repressione arbitraria come Salis vorrebbe far credere. L’operazione si inserisce nel contesto delle indagini sugli atti vandalici e i disordini che hanno coinvolto ambienti dei centri sociali torinesi nelle ultime settimane. L’assalto alla redazione de La Stampa dello scorso novembre, con 36 persone identificate e denunciate, e la devastazione durante l’Italian Tech Week di ottobre alle Officine Grandi Riparazioni hanno rappresentato episodi gravi che hanno spinto le istituzioni a intervenire con maggiore fermezza.

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Ma c’è dell’altro. Durante le perquisizioni, le forze dell’ordine hanno scoperto sei persone che dormivano al terzo piano dell’edificio, in palese violazione dell’accordo siglato nel gennaio 2024 tra il Comune di Torino e gli attivisti. Quell’intesa, faticosamente raggiunta dal sindaco Stefano Lo Russo, prevedeva un percorso di legalizzazione che consentiva l’utilizzo esclusivo del piano terra, mentre i restanti tre piani, dichiarati inagibili, avrebbero dovuto rimanere liberi. Un patto chiaro, semplice, che avrebbe potuto rappresentare una soluzione equilibrata per tutti. Ma evidentemente per i militanti di Askatasuna le regole valgono solo quando convengono.

Il sindaco Lo Russo si è trovato in una posizione scomoda. Dopo aver investito capitale politico nel tentativo di normalizzare la situazione di Askatasuna, trasformandolo in un “bene comune” riconosciuto, si è visto tradire proprio da chi aveva cercato di tutelare. Le sue dichiarazioni sono state necessariamente formali e burocratiche: ha parlato di “mancato rispetto delle condizioni” che ha portato alla cessazione del patto di collaborazione. Un linguaggio asettico che nasconde a malapena l’imbarazzo di chi aveva scommesso su una soluzione dialogante e si ritrova con un pugno di mosche.

Non sorprende che queste parole abbiano deluso tanto i militanti di Askatasuna, che hanno equiparato Lo Russo al ministro dell’Interno Piantedosi, quanto probabilmente la stessa Salis, abituata a una sinistra più intransigente nelle battaglie di principio.

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La verità è che lo sgombero era inevitabile. Non per questioni ideologiche, ma per semplice rispetto della legalità. Un edificio occupato da trent’anni, accordi violati, collegamenti con episodi di violenza urbana: questi sono i fatti, al di là della retorica sulla giustizia sociale. Askatasuna aveva avuto un’opportunità di riscatto istituzionale e l’ha sprecata. Le forze dell’ordine hanno fatto il loro dovere, sgomberando lo stabile e mettendo i sigilli. Nel pomeriggio hanno dovuto utilizzare gli idranti per disperdere manifestanti che bloccavano corso Regina Margherita.

La Salis può continuare a evocare spiriti collettivi che ardono, ma la realtà è che le istituzioni hanno dimostrato che la legalità non è negoziabile. E forse è proprio questo che dà fastidio.

Fonte: qui e qui

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