Bersani e le verze: la polemica esplode a DiMartedì

Dal riconoscimento alla cucina italiana all’attacco al governo Meloni: la polemica esplode in tv

Pier Luigi Bersani non si smentisce. L’ex segretario del Pd, ormai figura fissa nei talk show di La7, ha trovato un nuovo modo per polemizzare con Palazzo Chigi: le verze. Non è uno scherzo. Durante la puntata di DiMartedì condotta da Giovanni Floris, andata in onda il 16 dicembre, l’esponente democrat ha trasformato persino il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’Unesco in un’occasione per attaccare il governo Meloni.

La tesi di Bersani, espressa con quella che ormai è diventata la sua cifra stilistica nei salotti televisivi, mescola populismo gastronomico e critica sociale. “È un caso strano che la gente adesso compra le verze che costano 1 euro e non il radicchio che costa da 7 a 10 euro”, ha dichiarato gesticolando e alzando progressivamente il tono della voce. Poi l’affondo: “Cioè la gente, molta gente che la Meloni non conosce sta facendo dei conti così. Io sono favorevolissimo alla cucina italiana, ma non vorrei che ci riducessimo a mangiar verze”. Il pubblico in studio ha applaudito con soddisfazione.

La scelta di utilizzare verdure come metafora economica per criticare l’esecutivo appare quantomeno singolare. Un riconoscimento internazionale prestigioso come quello dell’Unesco, che celebra la tradizione culinaria italiana nel mondo, viene ridotto a pretesto per una filippica sulle difficoltà economiche delle famiglie. Una strategia retorica che solleva interrogativi: è davvero questo il livello del dibattito politico a cui dovremmo aspirare?

L’intervento di Bersani:

Ma l’ex leader dem non si è fermato alle considerazioni ortofrutticole. Nel suo intervento ha bocciato senza appello anche il discorso tenuto da Giorgia Meloni ad Atreju, la manifestazione di Fratelli d’Italia che domenica scorsa ha radunato esponenti di primo piano della politica e della società italiana. L’assenza più vistosa è stata quella di Elly Schlein, segretaria del suo stesso partito.

“È come se dicessi che sono di destra quelli che hanno messo la bomba alla stazione. Non si può arrivare a queste affermazioni”, ha tuonato Bersani, sfoderando la retorica dello “smacchiatore di giaguari” che lo ha reso celebre. “Una governante non può accendere le micce”, ha proseguito con tono grave, apparentemente dimentico del fatto che spesso è proprio l’opposizione a innescare polemiche incendiarie in modo sistematico e programmatico.

Il ragionamento di Bersani prosegue su binari già tracciati: “Questo Paese deve essere tenuto insieme, questo Paese ha dei problemi ed è ora di pronunciarli. Uno che governa deve pronunciarli per dire anche cosa intende fare, deve riconoscerli perché se no c’è un pezzo di Paese che si sente fuori e finisce per sentirsi ostile”.

Parole che suonano come un’accusa di divisività rivolta al governo, ma che lasciano perplessi. Trasformare ogni occasione pubblica in un ring politico, strumentalizzare successi culturali nazionali per farne armi di polemica domestica, usare metafore alimentari per parlare di economia: è davvero questa la strada per “tenere insieme il Paese”?

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L’impressione è che l’ex segretario dem, riconvertitosi a opinionista televisivo, stia scivolando verso un atteggiamento di opposizione pregiudiziale. Tutto diventa materiale da battaglia: dalla cucina all’Unesco, dalle verze al radicchio. Ogni successo del governo viene piegato, distorto, trasformato in occasione di attacco. Una linea politica che sembra più orientata allo scontro televisivo che alla costruzione di alternative credibili.

E mentre Bersani polemizza sulle verze negli studi di La7, viene da chiedersi se questa sia davvero la qualità del dibattito pubblico che gli italiani meritano. O se, invece, non sarebbe più utile discutere di proposte concrete, di visioni per il futuro, di soluzioni ai problemi reali del Paese, lasciando da parte verdure e folklore televisivo.

Fonte: qui e qui

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