
Paolo Mieli chiede una pausa, ma i conduttori tirano dritto.
A volte la ragionevolezza si scontra contro un muro. E quando accade in diretta televisiva, la scena assume i contorni del surreale. È quello che è successo sabato sera a In Onda, il programma di approfondimento politico di La7 condotto da Luca Telese e Marianna Aprile. Ospite Paolo Mieli, editorialista del Corriere della Sera, che ha tentato con garbo e lucidità di lanciare un appello ai due conduttori: per una sera, solo per una sera, si potrebbe evitare di parlare contro Benjamin Netanyahu?
Il contesto rendeva la richiesta ancora più sensata. Poche ore prima, in Australia, si era consumato un attentato antisemita che ha lasciato il mondo sotto shock: 16 vittime innocenti, un altro dramma che avrebbe dovuto far riflettere sull’odio che alimenta la violenza. Eppure, anche di fronte a questa tragedia, la narrazione di La7 non ha cambiato registro. Si è tornati a parlare della questione mediorientale con il solito copione: Netanyahu sotto accusa, sempre e comunque.
In studio, oltre a Mieli, c’era Tomaso Montanari collegato da remoto. E proprio mentre la discussione prendeva la solita piega, l’ex direttore del Corriere della Sera ha provato a inserire una nota di equilibrio. “E quindi manteniamo il rispetto e per un giorno sospendiamo… poi di Netanyahu veramente ha fatto delle cose orribili a Gaza”, ha esordito Mieli, riconoscendo senza remore le responsabilità del premier israeliano. “Ha perfettamente ragione il libro di Tomaso Montanari. Ma ricominciamo a parlarne domani”, ha aggiunto con tono pacato ma deciso. “Che sennò ogni cosa è utile solo per parlare contro Netanyahu. Un momento in cui si può sospendere c’è?”
Il video:
Una domanda semplice, diretta, persino disarmante nella sua onestà intellettuale. Mieli non stava difendendo Netanyahu, anzi. Stava chiedendo una cosa elementare: rispetto per le vittime, per il momento, per la complessità della situazione. Un invito alla misura, alla capacità di distinguere i piani, di non trasformare ogni evento in un pretesto per alimentare una narrazione univoca.
Ma la risposta è arrivata immediata, e non è stata quella sperata. Luca Telese si è indispettito: “No, però anche Netanyahu non ha sospeso e ha attaccato il premier australiano”. Marianna Aprile, al suo fianco, scuoteva la testa in segno di disapprovazione. Due reazioni che hanno chiarito una cosa: l’appello di Mieli era caduto nel vuoto.
La replica dell’editorialista è stata lapidaria, nella sua semplicità: “Certo, però allora siamo come lui”. Una frase che racchiude tutto. Se Netanyahu ha sbagliato ad attaccare il premier australiano in un momento così delicato, perché chi lo critica dovrebbe seguire la stessa logica? Perché abbassarsi allo stesso livello? È la differenza tra chi cerca di alzare il dibattito e chi, magari senza volerlo, lo trascina nel fango della polemica perpetua.
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Paolo Mieli ha provato a fare quello che gli intellettuali dovrebbero sempre fare: invitare alla riflessione, alla pausa, al respiro. Non ha negato le colpe di Netanyahu, non ha difeso scelte indifendibili. Ha semplicemente chiesto un momento di sospensione, di umanità, di fronte a una tragedia che meritava silenzio e rispetto, non strumentalizzazioni.
La reazione dei conduttori, purtroppo, ha confermato ciò che molti telespettatori percepiscono ormai da tempo: alcuni programmi televisivi sembrano avere una bussola fissa, una direzione predeterminata da cui non si può deviare, nemmeno per una sera. E quando qualcuno prova a suggerire una diversa prospettiva, si trova contro un muro di resistenza.
In fondo, l’appello di Mieli era semplice: mantenere il rispetto. Non è molto, ma evidentemente è troppo.
