
Trump chiude le porte ai fact checker: niente visto se hai “censurato”
Il Dipartimento di Stato americano ha messo nero su bianco una direttiva che sa di rivoluzione culturale, o almeno così la vedono a Washington. Chi ha lavorato nel fact-checking, nella moderazione dei contenuti o in qualsiasi attività legata alla gestione della disinformazione online non potrà più ottenere un visto per lavorare negli Stati Uniti. La notizia, riportata da The Guardian e confermata da NPR, arriva direttamente dalla seconda amministrazione Trump e segna un punto di non ritorno nella battaglia contro quello che il presidente definisce senza mezzi termini “censura digitale”.
Il memo interno inviato martedì ai funzionari consolari è chiaro: se emerge che un richiedente ha partecipato ad attività di “censura o tentativo di censura della libertà di espressione protetta negli Stati Uniti”, la domanda va respinta. Non si tratta di una misura marginale. I visti H-1B, quelli che permettono l’ingresso di lavoratori altamente qualificati e sono il pilastro dell’industria tech americana, saranno i primi a subire l’impatto. Gli ufficiali consolari dovranno scandagliare curriculum, profili LinkedIn, articoli di stampa, qualsiasi traccia pubblica che colleghi il candidato a ruoli nel campo della “trust & safety”.
La giustificazione ufficiale è netta: impedire che stranieri arrivino negli Stati Uniti per fare da censori agli americani. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha ribadito che l’amministrazione difende la libertà di espressione contro chi vuole imbavagliarla, citando l’esperienza personale di Trump quando venne bannato dai social dopo il 6 gennaio 2021. Una ferita ancora aperta, evidentemente.
Ma qui le cose si complicano. Perché equiparare il fact-checking alla censura politica è un’operazione che merita più di una riflessione. Alice Goguen Hunsberger, esperta di sicurezza digitale che ha lavorato per OpenAI e Grindr, ha espresso “allarme” per questa sovrapposizione. Il lavoro dei team di trust & safety, spiega, non è zittire opinioni scomode ma proteggere gli utenti da contenuti pericolosi: abusi, frodi, incitamento all’odio, materiale pedopornografico. Roba che con la libertà d’opinione c’entra poco e con la sicurezza delle persone molto.
Certo, la narrazione di Trump ha una sua logica interna. Le Big Tech hanno storicamente mostrato una maggiore severità verso contenuti conservatori, o almeno così viene percepito da metà America. E in un Paese dove la libertà di parola è quasi sacra, l’idea che qualcuno – specie se straniero – possa decidere cosa si può dire e cosa no tocca nervi scoperti.
Ma c’è un prezzo da pagare. L’industria tecnologica americana si regge su talenti globali. Mettere fuori legge chi ha lavorato nella moderazione dei contenuti significa tagliare fuori professionisti specializzati, spingendoli verso altre destinazioni. Canada, Regno Unito, Europa saranno ben contenti di accoglierli. E le aziende americane? Dovranno fare i conti con una carenza di competenze proprio in un settore sempre più strategico.
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La vera domanda è: quanto è ampio il campo di applicazione? Il memo parla di “combattere la disinformazione”, “fact-checking”, “compliance”. Categorie larghe, interpretabili. E qui sta il problema. Perché se l’intento è legittimo – difendere la libertà di parola – l’esecuzione rischia di travolgere anche chi semplicemente faceva il proprio lavoro per rendere Internet un posto meno tossico.
La misura segna un cambio di paradigma. Non conta più cosa sai fare, ma cosa hai fatto e come viene interpretato. E questo, al di là delle battaglie culturali, pone interrogativi concreti su come conciliare sicurezza online e libertà d’espressione senza buttare via tutto insieme.
Fonte: nicolaporro.it – theguardian.com
