L’Onu si smarca da Francesca Albanese dopo le frasi sull’assalto a La Stampa

Il portavoce del Segretario generale ribadisce: “Nessuna violenza contro i giornalisti”.

Ci voleva qualcuno che mettesse ordine. E alla fine è arrivato, anche se da dove meno ci si aspettava. Le Nazioni Unite hanno scelto di tracciare una linea netta rispetto alle dichiarazioni di Francesca Albanese, la loro stessa relatrice speciale per i territori palestinesi occupati. Un gesto raro, ma necessario in un panorama dove il dibattito pubblico sembra aver perso ogni bussola.

La vicenda che ha fatto traboccare il vaso riguarda l’irruzione violenta nella redazione de La Stampa a Torino. Mentre l’Italia intera – dalle istituzioni ai cittadini – condannava l’episodio senza esitazioni, la Albanese ha scelto una strada diversa. Ha condannato, certo, ma con una coda che ha cambiato tutto il senso del messaggio: “Questo dovrebbe servire da monito ai giornalisti affinché tornino a fare il loro lavoro”.

Un monito. A chi ha subito un’aggressione. Come se le vittime dovessero anche sentirsi in qualche modo responsabili dell’accaduto.

Quando la diplomazia dice basta

Il portavoce del Segretario Generale dell’Onu ha risposto con quella fermezza elegante tipica della diplomazia internazionale, ma il messaggio era cristallino: “Per il Segretario Generale è molto chiaro che i giornalisti non dovrebbero mai subire alcuna forma di violenza, ovunque si trovino, sia essa fisica, verbale o intimidatoria”.

La premessa – “I relatori speciali diranno ciò che i relatori speciali hanno da dire” – suona quasi come una dissociazione implicita. In altre parole: sono opinioni sue, non nostre. E noi la pensiamo esattamente all’opposto.

È un momento significativo. Troppo spesso assistiamo a un dibattito pubblico dove tutto sembra lecito, dove ogni provocazione trova giustificazione, dove le posizioni più estreme vengono difese in nome della libertà di espressione o di presunte battaglie ideologiche superiori. Finalmente, un’istituzione internazionale ha detto: no, esiste un limite.

Il risveglio della politica italiana

L’effetto domino è stato immediato. Città che solo pochi giorni prima si preparavano a celebrare la Albanese con cittadinanze onorarie hanno improvvisamente fatto marcia indietro. Non per opportunismo politico – o almeno, non solo – ma perché evidentemente anche chi l’aveva sostenuta ha capito che stavolta il confine era stato oltrepassato.

Firenze ha congelato tutto. La sindaca Sara Funaro ha scelto parole misurate ma inequivocabili, sottolineando che certi messaggi non rappresentano “segnali di pace e unione”. Anche Romano Prodi, figura storica della sinistra italiana, ha richiamato l’antico adagio: errare è umano, perseverare è diabolico.

Non è una questione di destra o sinistra. È una questione di buonsenso. Di riconoscere che esistono valori non negoziabili, come la protezione di chi fa informazione e il rifiuto di ogni forma di intimidazione, indipendentemente dalla causa che si sostiene.

Ritrovare la bussola

Quello che emerge da questa vicenda non riguarda solo Francesca Albanese o l’assalto a una redazione. Riguarda il modo in cui conduciamo il dibattito pubblico nel suo complesso. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una deriva preoccupante: la polarizzazione ha sostituito il confronto, la provocazione ha preso il posto dell’argomentazione, e chiunque alzi la voce abbastanza forte sembra guadagnarsi automaticamente un palco.

La presa di posizione dell’Onu rappresenta un segnale importante proprio perché viene da un organismo internazionale che dovrebbe – e sottolineo dovrebbe – incarnare valori universali. Quando anche le Nazioni Unite sentono il bisogno di riaffermare principi basilari come il diritto dei giornalisti a lavorare senza subire violenze o intimidazioni, significa che qualcosa nel discorso pubblico si è rotto.

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Verso un dibattito più maturo

Forse è giunto il momento di riportare un po’ di ordine nel caos delle opinioni. Non attraverso la censura o il silenziamento, ma ristabilendo alcuni paletti minimi di civiltà e responsabilità. Chi ricopre ruoli istituzionali, a maggior ragione se internazionali, ha una responsabilità particolare: le parole pesano, influenzano, possono alimentare o sedare tensioni.

La libertà di critica è sacrosanta. Il diritto di denunciare ingiustizie, anche. Ma quando si trasforma in giustificazione implicita della violenza, quando le vittime diventano colpevoli, quando l’aggressione diventa “monito”, allora siamo usciti dal perimetro del dibattito democratico.

L’Onu ha tracciato una linea. Speriamo che sia l’inizio di un percorso più ampio, che ci riporti a discutere con passione ma anche con lucidità, senza perdere di vista quei principi fondamentali che dovrebbero unirci tutti, al di là delle divergenze politiche.

Perché alla fine, l’ordine non è il nemico della libertà. È la sua precondizione.

Fonte: ilgiornale.it 

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