Sanremo, scoppia la polemica sulla giacca di Ermal Meta: “Ecco cosa c’è scritto davvero”

Sanremo 2026, scoppia il caso sulla giacca di Ermal Meta: il significato e la polemica

La prima serata del Festival porta già le sue polemiche. E questa volta l’epicentro ha un nome preciso: Ermal Meta.

La 76ª edizione del Festival di Sanremo ha aperto i battenti all’Ariston con una serata filata liscia, tra emozioni, esibizioni attese e qualche sorpresa. Serena Brancale ha commosso il pubblico con un brano dedicato alla madre scomparsa; Can Yaman ha fatto il suo ingresso con tutta la sua presenza scenica; e poi ancora Arisa, Levante, Fulminacci e le particolarissime Bambole di Pezza. Ma se c’è un nome che ha catalizzato l’attenzione, e il dibattito, nella giornata successiva, quello è senza dubbio Ermal Meta.

Meta ha portato in gara Stella stellina, un brano che non ha nulla della hit costruita per il replay compulsivo. Non c’è un ritornello studiato per restare in testa, non c’è la ricerca del consenso immediato. C’è invece qualcosa di più scomodo: una preghiera laica, una ninna-nanna che fa male, costruita con aperture sonore mediorientali e una produzione affidata a Dardust. Chi l’ha ascoltata non ha faticato a cogliere il riferimento: il conflitto a Gaza, la morte di una bambina, il dolore come cifra stilistica principale.

La Repubblica, nella sua pagella della prima serata, ha premiato l’esibizione con un 8, tra i voti più alti dell’intera lineup, descrivendola come il racconto de “il tema più straziante, la morte di una bambina nell’inferno di Gaza con la delicatezza dell’artista”. Un giudizio che la dice lunga su chi ha apprezzato e chi si è ritrovato, invece, a storcere il naso.

Ma il vero caso, quello che ha fatto rimbalzare il nome di Meta sui social nella notte, non riguarda solo la canzone. Riguarda un dettaglio sulla giacca. Sul bavero, ben visibile, campeggiava una scritta: “Amal”. In arabo significa speranza. Un termine che allude ai bambini travolti dai conflitti armati, una scelta tutt’altro che casuale in un contesto simile.

Ecco cosa c’è scritto davvero, dunque: non un accessorio di stile, ma un messaggio preciso, portato su un palco che in prima serata raggiunge milioni di italiani.

La reazione del pubblico si è divisa, prevedibilmente. Da un lato, chi ha visto in quella scritta e in quella canzone un atto di coraggio autentico, la prova che la musica può, e forse deve, parlare del presente senza infingimenti. Dall’altro, chi ha ritenuto che certi argomenti, per quanto drammatici, non appartengano al contesto di una gara canora trasmessa in prime time sulla Rai. Qualcuno ha tirato in ballo paragoni con Povia, evocando il fantasma del “già visto”, della performance costruita per fare effetto più che per fare arte.

Leggi anche – Quinto anno di guerra: Mosca agita lo spettro nucleare

La verità, probabilmente, sta nel mezzo, o forse non sta da nessuna parte in modo definitivo. Quello che è certo è che Ermal Meta non ha cercato di piacere a tutti. Ha scelto un tema difficile, lo ha trattato senza semplificarlo e lo ha portato fisicamente sul palco, sulla giacca, addosso. Con una parola sola: speranza.

Che pesi come un macigno o che commuova, dipende da chi guarda. Ma ignorarla, quella parola, è diventato impossibile.

Fonte: qui

Telegram