Il mistero delle riserve in Bitcoin del Venezuela

Rumors, inchieste e sospetti su una presunta riserva crypto che potrebbe riscrivere gli equilibri finanziari globali

Come riportato da la Repubblica economia, circola con insistenza sui social e nei canali finanziari internazionali un’ipotesi che farebbe tremare i mercati delle criptovalute: il Venezuela di Nicolás Maduro potrebbe custodire segretamente una montagna di Bitcoin dal valore stimato intorno ai 60 miliardi di dollari. Un patrimonio digitale che, se confermato, lo collocherebbe tra i maggiori detentori mondiali di criptovaluta, quasi allo stesso livello della società di Michael Saylor, Strategy.

L’indiscrezione, riportata da Milano Finanza ed anche dalla CNBC, si fonda su una strategia che il regime venezuelano avrebbe adottato almeno dal 2018: convertire sistematicamente i ricavi dalle esportazioni di oro e petrolio in criptovaluta. Un meccanismo che avrebbe permesso a Caracas di eludere le pesanti sanzioni internazionali e mantenere in vita il sistema di potere nonostante l’isolamento finanziario globale.

Al centro di questa presunta operazione ci sarebbe Alex Saab, oggi ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale venezuelano. Imprenditore di origini colombiane e libanesi, naturalizzato venezuelano, Saab è stato arrestato a Capo Verde nel 2020 ed estradato negli Stati Uniti l’anno successivo per accuse di riciclaggio di denaro. I pubblici ministeri americani gli contestavano il trasferimento di 350 milioni di dollari dal Venezuela verso conti esteri. Nel dicembre 2023 è stato liberato nell’ambito di uno scambio di prigionieri mediato dal Qatar tra Washington e Caracas.

Secondo l’inchiesta di Whale Hunting, Saab avrebbe orchestrato per anni una sistematica sottrazione di risorse statali venezuelane, petrolio, oro, beni pubblici, convertendole in criptovalute attraverso una rete di intermediari turchi ed emiratini. Le chiavi digitali di questi wallet sarebbero custodite da una ristretta cerchia di fedelissimi, con Saab come figura centrale.

Il nome di Saab è emerso anche in Italia quando sua moglie, Camilla Fabri, cittadina italiana, è finita sotto inchiesta per riciclaggio. Gli inquirenti hanno sollevato dubbi sull’acquisto nel 2019 di un appartamento da 5 milioni di euro in via Condotti a Roma, considerato incompatibile con il reddito dichiarato della donna, formalmente commessa part-time con circa 1.800 euro mensili. Fabri è attualmente latitante e si trova in Venezuela, protetta diplomaticamente dal governo Maduro.

I canali attraverso cui il Venezuela avrebbe accumulato Bitcoin sarebbero principalmente tre. Nel 2018, Caracas ha esportato oltre 73 tonnellate d’oro, per un controvalore di circa 2,7 miliardi di dollari. Se anche solo una quota fosse stata convertita in Bitcoin quando quotava tra 3.000 e 10.000 dollari, i guadagni attuali sarebbero straordinari. A questo si aggiungerebbero parte dei ricavi petroliferi della PDVSA, la compagnia di Stato, e il sequestro di apparecchiature di mining durante campagne governative contro il settore crypto domestico.

La comunità degli esperti è divisa. Gui Gomes, CEO della società latinoamericana OranjeBTC, ritiene l’ipotesi ragionevole: «Esclusi dal sistema finanziario globale, probabilmente avevano oro, bitcoin e qualche dollaro sotto il materasso». Di parere opposto Mauricio Di Bartolomeo, cofondatore di Ledn e venezuelano d’origine, che definisce la notizia speculativa, sottolineando la tradizione di corruzione del regime.

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Se il tesoro esistesse davvero, potrebbe finire sequestrato dall’amministrazione Trump per alimentare la riserva strategica americana di Bitcoin, con conseguente riduzione dell’offerta circolante e potenziale impatto al rialzo sui prezzi. Per ora, però, resta tutto nel campo delle ipotesi.

Fonte: qui e qui

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