Il pugno di ferro di Rodriguez: arresti per chiunque appoggia gli USA

Blindati attorno a Miraflores, colpi nella notte e arresti per chi “appoggia Washington”

La capitale venezuelana trema. Nella serata di domenica, mentre il sole calava su Caracas, le strade intorno al palazzo presidenziale di Miraflores si sono trasformate in un teatro di confusione e terrore. Colpi di arma da fuoco, esplosioni, blindati in movimento e forze dell’ordine in stato di massima allerta hanno fatto temere il peggio: un golpe, un attacco, forse l’inizio di una nuova fase del conflitto che sta sconvolgendo il Venezuela.

Sui social network sono iniziati a circolare video drammatici: uniformi militari che corrono tra le strade, mezzi corazzati dispiegati attorno alla sede del governo, e poi quegli spari inconfondibili che hanno gelato il sangue a migliaia di persone. Alcuni filmati mostravano addirittura esplosioni di contraerea provenienti da diversi punti della capitale, alimentando l’ipotesi di un’operazione militare in corso.

I video da Caracas:

Ma la verità, quando è emersa, ha rivelato qualcosa di ancora più inquietante sulla situazione del paese sudamericano: non si trattava di un attacco coordinato, bensì di un tragico errore. Il quotidiano El Nacional ha riportato che i colpi erano reali, ma scatenati da un malinteso interno tra le stesse forze di sicurezza venezuelane. Droni di sorveglianza sono stati fatti decollare senza che il personale a terra venisse informato, scatenando il panico. I soldati, credendo di trovarsi di fronte a velivoli ostili non identificati, hanno aperto il fuoco nel tentativo di abbatterli.

Un episodio che racconta molto più di un semplice errore operativo: rivela lo stato di tensione estrema in cui versano le istituzioni venezuelane, l’atmosfera da stato d’assedio che si respira a Caracas, il nervosismo di un apparato di sicurezza che non sa più da dove potrebbe arrivare la minaccia successiva.

Il giorno precedente, Delcy Rodriguez aveva prestato giuramento come presidente ad interim del Venezuela in Parlamento, un passaggio che segna formalmente l’inizio di una nuova fase dopo la rimozione forzata di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali americane. Durante la cerimonia di investitura, Rodriguez non ha nascosto l’amarezza: “Sono addolorata per il sequestro di due eroi che sono prigionieri negli Stati Uniti”, ha dichiarato riferendosi a Maduro e sua moglie Cilia Flores, ora detenuti a New York con l’accusa di traffico di droga.

Ma è stato subito dopo che la nuova leader ha mostrato i denti. Rodriguez ha promulgato un decreto che istituisce lo stato di eccezione su tutto il territorio nazionale, una misura dai contorni inquietanti. L’articolo 5 del decreto ordina a tutte le forze di sicurezza “la ricerca immediata e la cattura di qualsiasi persona coinvolta nel sostegno o la promozione dell’attacco armato degli Stati Uniti contro il Paese”.

Una norma dal linguaggio vago e minaccioso, che di fatto autorizza l’arresto di chiunque possa essere accusato di appoggiare Washington. E i primi effetti non si sono fatti attendere: il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa venezuelana ha denunciato il fermo di almeno sette giornalisti. La stretta sulla libertà di espressione si sta facendo soffocante.

Le strade della capitale sono attraversate da sentimenti contrastanti. Sostenitori del presidente deposto hanno organizzato manifestazioni per chiederne il rilascio, in una mobilitazione coordinata dal governo stesso. Dall’altra parte, molti venezuelani vedono nell’intervento americano l’unica possibilità di liberarsi finalmente da anni di autoritarismo e crisi economica.

Maria Corina Machado, la leader dell’opposizione recentemente insignita del premio Nobel per la Pace, ha parlato da un luogo segreto promettendo di tornare in patria “il prima possibile”. Le sue parole contro Rodriguez sono state durissime: l’ha definita “una delle principali artefici di tortura, persecuzione, corruzione e narcotraffico”, aggiungendo che è “rifiutata” dal popolo venezuelano.

Intanto da New York, Maduro si è presentato davanti al giudice dichiarandosi “rapito” e “prigioniero di guerra”, insistendo sulla propria innocenza. La sua prossima udienza è fissata per il 17 marzo.

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Trump, dal canto suo, ha chiarito senza mezzi termini chi comanda ora: “Io”, ha risposto secco quando gli è stato chiesto chi sia al comando del Venezuela. Il presidente americano ha escluso elezioni immediate, parlando di un progetto di ricostruzione che potrebbe richiedere fino a 18 mesi. Il Venezuela, insomma, resta sospeso tra un passato che non vuole lasciar andare e un futuro ancora tutto da scrivere.

Fonte: qui e qui

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