
Una vittoria diplomatica che premia il lavoro del governo e salva l’eccellenza italiana negli Stati Uniti
Il 2026 si apre con una notizia che fa tirare un sospiro di sollievo ai produttori italiani: Donald Trump ha fatto clamorosamente dietrofront sui dazi che minacciavano di strangolare l’export della pasta made in Italy negli Stati Uniti. Quella che sembrava una guerra commerciale destinata a colpire duramente uno dei simboli del nostro agroalimentare si è trasformata in un successo della diplomazia italiana.
Il Dipartimento del Commercio americano ha infatti rivisto drasticamente le tariffe antidumping che avevano fatto tremare il settore nei mesi scorsi. I numeri parlano chiaro e testimoniano una retromarcia senza precedenti: per La Molisana i dazi crollano dal 91,74% a un modesto 2,26%, per Garofalo scendono al 13,98%, mentre per gli altri undici produttori italiani si attestano al 9,09%. Un cambio di rotta radicale rispetto alle minacce iniziali che prevedevano tariffe superiori al 100%.
Il merito va riconosciuto al lavoro silenzioso ma efficace svolto dalla Farnesina e dal governo italiano. Come ha sottolineato il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, “la buona notizia che arriva dagli Stati Uniti dimostra come il lavoro serio, senza inutili allarmismi, porti i suoi frutti”. Una stoccata neanche troppo velata a chi aveva gridato all’apocalisse commerciale.
La vicenda era partita lo scorso settembre, quando alcune aziende americane, peraltro controllate in larga parte proprio da gruppi italiani, avevano chiesto l’imposizione di dazi punitivi contro la pasta italiana. Un’iniziativa che aveva fatto temere il peggio per un settore che vale 671 milioni di dollari di export negli Stati Uniti, secondo i dati Coldiretti-Filiera Italia.
Ma non è solo la pasta a beneficiare della retromarcia trumpiana. Il presidente americano ha infatti posticipato di un anno, fino al 2027, gli aumenti tariffari previsti su mobili imbottiti, mobili da cucina e mobili da bagno. Un provvedimento firmato nelle ultime ore del 2025 che congela dazi che sarebbero dovuti salire rispettivamente al 50% e al 30% già nel 2026.
“Un segno del riconoscimento della fattiva volontà di collaborare delle nostre aziende da parte delle autorità statunitensi”, ha commentato la Farnesina, rivendicando “l’efficacia del sostegno assicurato sin dal principio e che intendiamo continuare ad assicurare”. Parole che sottolineano come la strategia del dialogo costruttivo abbia pagato più delle minacce o delle lamentele.
Ora l’attenzione si sposta su un’altra partita cruciale: quella del vino italiano, ancora colpito da dazi al 15% che hanno provocato un calo del 17% delle spedizioni negli Stati Uniti lo scorso ottobre. Ma la fiducia è alta: se il metodo applicato per la pasta si è rivelato vincente, non c’è ragione per cui non possa funzionare anche per proteggere le nostre etichette vinicole.
Questa vicenda dimostra come una diplomazia attenta, unita alla qualità indiscussa dei nostri prodotti, possa ribaltare situazioni che inizialmente sembravano compromesse. I produttori italiani brindano, consapevoli che dietro questo successo c’è stata una regia politica capace di tutelare gli interessi nazionali senza clamore, ma con risultati concreti.
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