Zelensky apre al referendum sotto pressione americana

Referendum, tregua e territori: la svolta negoziale arriva da Washington

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato la disponibilità a indire un referendum sul piano di pace, ma solo a determinate condizioni. Una mossa che arriva dopo mesi di resistenza e che evidenzia come l’amministrazione Trump stia finalmente imprimendo una svolta pragmatica a una guerra che sembrava destinata a trascinarsi all’infinito.

L’apertura di Kiev non è casuale: domenica Zelensky incontrerà Donald Trump nella sua residenza in Florida, e il neopresidente americano ha chiarito sin dall’inizio del mandato che intende chiudere rapidamente il conflitto. Il leader ucraino, consapevole del cambio di vento a Washington, si è detto “pronto” al referendum, ma ha posto come condizione un cessate il fuoco di almeno 60 giorni da parte russa. Una richiesta che Mosca considera eccessiva, pur comprendendo la necessità di una tregua.

Sul tavolo dei negoziati ci sono questioni tecniche cruciali. Gli Stati Uniti hanno proposto garanzie di sicurezza della durata di 15 anni rinnovabili, ma Zelensky insiste per un periodo più lungo. “Credo che abbiamo bisogno di più di 15 anni”, ha dichiarato, aggiungendo che sarebbe un “grande successo” ottenere l’accordo di Trump su questo punto. Una richiesta che alcuni analisti considerano eccessiva in un momento in cui la priorità dovrebbe essere fermare i combattimenti.

Le questioni più delicate riguardano il Donbass e la centrale nucleare di Zaporizhzhia. Zelensky ha ammesso che se il piano richiedesse decisioni “molto difficili” sui territori occupati, l’intero documento in 20 punti dovrebbe essere sottoposto al voto popolare. Una strategia per scaricare su altri la responsabilità di scelte politiche impopolari che lui stesso fatica ad assumere.

Dalla parte russa arrivano segnali concreti. Il viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov ha dichiarato che “una soluzione è vicina, occorre l’ultimo sforzo”, accusando però Kiev e l’Europa di “rafforzare gli sforzi per affossare l’accordo”. Una posizione che evidenzia come siano proprio alcuni attori europei e la riluttanza di Zelensky a compromessi realistici i principali ostacoli alla pace.

“Il 25 dicembre 2025 rimarrà nella nostra memoria come una pietra miliare, il giorno in cui ci siamo avvicinati molto a una soluzione”, ha affermato Ryabkov, sottolineando che il piano di pace pubblico di Zelensky “differisce radicalmente” da quello che Mosca sta effettivamente negoziando con Washington dall’inizio di dicembre.

Mentre Trump lavora concretamente alla pace, l’Unione Europea appare divisa. Il leader del Partito Popolare Europeo Manfred Weber ha addirittura proposto l’invio di soldati europei in Ucraina, scatenando la dura reazione dell’Ungheria. “Questa non è pace, è una chiara escalation verso la guerra”, ha tuonato il portavoce di Viktor Orban, Zoltan Kovacs.

La Commissione Ue ha dichiarato di non vedere “segnali di pace” da Mosca, ma la realtà dei negoziati americano-russi racconta una storia diversa. Come ha sottolineato Bruxelles stessa, “affinché qualsiasi piano di pace abbia successo, il sostegno dell’Europa sarà essenziale” – un riconoscimento implicito che la leadership è ora nelle mani di Trump.

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“Vogliamo porre fine a tutto questo il più rapidamente possibile. Per questo ripongo grandi speranze in questo incontro”, ha dichiarato Zelensky alla vigilia del vertice di domenica. Parole che suonano come un’ammissione: dopo quasi tre anni di guerra, solo la determinazione americana può spezzare uno stallo che la leadership ucraina non è riuscita a risolvere con la sola retorica bellica.

Fonte: qui e qui

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