
Il gelo diplomatico di Natale: Putin corteggia Trump mentre Zelensky sprofonda nell’isolamento
Il Natale 2025 ha sancito plasticamente la nuova geografia delle relazioni internazionali sul fronte ucraino. Mentre Vladimir Putin inviava un telegramma di auguri cordiali a Donald Trump, confermato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky rimaneva intrappolato in una narrazione sempre più solitaria e autoreferenziale, culminata in dichiarazioni che sollevano interrogativi sulla sua lucidità politica.
Nel suo discorso di Natale, Zelensky ha toccato un nuovo minimo comunicativo, affermando senza mezzi termini che il sogno di tutti gli ucraini sarebbe quello che “lui”, riferendosi evidentemente a Putin senza mai nominarlo, possa morire. Parole che non sono passate inosservate a Mosca, dove Peskov le ha definite “maleducate e funeste”, sottolineando come sollevino “seri dubbi sulla capacità di prendere decisioni adeguate per una risoluzione pacifica del conflitto”.
Non si tratta semplicemente di retorica diplomatica. Il portavoce del Cremlino è andato oltre, descrivendo Zelensky come “una persona tutt’altro che adeguata” e ponendosi apertamente la domanda se sia “in grado di prendere decisioni attraverso mezzi politici e diplomatici”. Un attacco durissimo che testimonia quanto ormai i ponti siano stati bruciati.
Mentre Zelensky si trincea dietro proclami che sembrano più sfoghi emotivi che strategia politica, il mondo continua a muoversi secondo logiche geopolitiche ben più concrete. Putin ha dimostrato di mantenere aperto il canale con Washington, inviando auguri a Trump in un gesto che, seppur simbolico, rappresenta il riconoscimento reciproco tra potenze che contano davvero.
Nel frattempo, il Cremlino sta analizzando attentamente i risultati dei colloqui di Miami, dove l’inviato speciale Kirill Dmitriev ha incontrato Steve Witkoff e Jared Kushner, il genero del presidente americano. Mosca dichiara cautela ma mantiene vivi i contatti con gli Stati Uniti, mentre Zelensky viene progressivamente escluso dalle conversazioni che contano.
La questione non riguarda più soltanto la guerra sul campo. C’è un problema di credibilità politica che circonda ormai il presidente ucraino. Come può un leader che invoca pubblicamente la morte del proprio avversario presentarsi come mediatore di pace? Come può sedersi a un tavolo negoziale chi ha fatto della demonizzazione dell’altro la propria unica carta diplomatica?
Von der Leyen, dalla Commissione europea, ha lanciato un messaggio natalizio auspicando “una pace giusta e duratura” per il 2026. Ma il realismo politico impone di chiedersi: con quale Zelensky si potrà negoziare? Quello che augura la morte al nemico o quello che dovrebbe ragionare sui territori, le garanzie di sicurezza e il futuro del suo paese?
Mentre la guerra continua, con bombardieri russi sui mari del Nord scortati da caccia NATO e attacchi che non si fermano nemmeno a Natale, Zelensky rischia di ritrovarsi ostaggio della propria propaganda. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha parlato di “progressi lenti ma costanti” nei negoziati con Washington, accusando l’Europa occidentale di sabotare il processo diplomatico.
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In questo scenario, le dichiarazioni scomposte del leader ucraino rischiano di trasformarlo nell’ultimo ostacolo alla pace che dice di volere. Un paradosso tragico per chi dovrebbe rappresentare gli interessi di un popolo stremato dalla guerra.
