Salvini assolto definitivamente: la Cassazione chiude il caso Open Arms

La Cassazione chiude il caso: difendere i confini non è reato

Giustizia è fatta. Dopo cinque anni di battaglie giudiziarie, Matteo Salvini può finalmente tirare un sospiro di sollievo. La Corte di Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda Open Arms, rigettando il ricorso presentato dalla Procura di Palermo e confermando in via definitiva l’assoluzione dell’ex ministro dell’Interno. Una decisione che riconosce un principio fondamentale: proteggere i confini nazionali non costituisce un crimine, ma rappresenta il dovere di un ministro della Repubblica.

La Procura siciliana aveva scelto una via insolita: il ricorso “per saltum”, strumento che consente di saltare l’appello e rivolgersi direttamente alla Suprema Corte. Un tentativo estremo per ribaltare la sentenza di assoluzione pronunciata nel dicembre 2024 dal Tribunale di Palermo. Ma la strategia non ha funzionato. Il Procuratore Generale della Cassazione ha chiesto di respingere il ricorso, concordando con la valutazione dei giudici di primo grado: il fatto contestato semplicemente non esiste dal punto di vista giuridico.

La vicenda risale all’estate del 2019, quando Salvini guidava il Viminale con una linea chiara: applicare il decreto Sicurezza bis e la politica dei “porti chiusi”. La nave Open Arms, battente bandiera spagnola, rimase in mare con 147 migranti a bordo per diciannove giorni, davanti alle coste di Lampedusa. L’accusa sosteneva che Salvini avesse illegittimamente impedito lo sbarco, commettendo sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. La Procura aveva richiesto una condcondcondanna severa: sei anni di reclusione.

Tuttavia, i giudici hanno smontato questa ricostruzione. La sentenza ha chiarito che la responsabilità di indicare un porto sicuro spettava allo Stato di bandiera della nave, in questo caso la Spagna, non all’Italia. Salvini, quindi, non aveva alcun obbligo giuridico diretto di autorizzare lo sbarco. Senza obbligo, non può esistere reato. Una logica lineare che ha convinto anche la Cassazione.

L’avvocato Giulia Bongiorno, difensore di Salvini, ha demolito il ricorso della Procura definendolo “generico” e privo di fondamento tecnico. Secondo la penalista, il ricorso stravolgeva i fatti e pretendeva di impostare “un processo completamente diverso”. Ha inoltre evidenziato l’errore di fondo: paragonare il caso Open Arms a quello della Diciotti, quando si trattava di situazioni radicalmente differenti. La Diciotti era una nave della Guardia Costiera italiana, Open Arms una Ong spagnola. Una differenza cruciale che la Procura aveva tentato di ignorare.

“Cinque anni di processo: difendere i confini non è reato”, ha scritto Salvini sui social network subito dopo la sentenza, esprimendo la legittima soddisfazione per una battaglia giudiziaria che molti hanno percepito come un attacco politico mascherato da azione legale.

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Anche il premier Giorgia Meloni ha voluto celebrare l’assoluzione. In Senato, all’inizio del suo intervento, ha chiesto un applauso per il vicepremier, sottolineando come la sentenza confermi “un principio semplice e fondamentale: un ministro che difende i confini dell’Italia non commette un reato, ma svolge il proprio dovere”.

Questa sentenza rappresenta molto più di una vittoria personale per Salvini. Stabilisce un principio giuridico che tutela i ministri nell’esercizio delle loro funzioni istituzionali, evitando che scelte politiche legittime possano trasformarsi automaticamente in procedimenti penali. La giustizia ha riconosciuto che governare significa anche assumersi responsabilità difficili, e che queste decisioni non possono essere criminalizzate quando rientrano nell’ambito delle prerogative ministeriali.

Fonte: qui e qui

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