
Prima chiusura produttiva in Germania in 88 anni: l’auto elettrica entra nella sua fase più critica.
Chiude lo stabilimento storico: una svolta storica che preoccupa l’Europa
Per la prima volta in 88 anni, il colosso tedesco ferma una linea produttiva in Germania. La “fabbrica di vetro” si arrende alla crisi dell’auto elettrica
Martedì 16 dicembre 2025 segnerà una data che nessuno avrebbe voluto vedere. Volkswagen interrompe la produzione nel suo storico stabilimento di Dresda, la celebre “fabbrica di vetro” che dal 2002 rappresentava una vetrina dell’ingegneria tedesca. È la prima chiusura di una linea produttiva in Germania nei suoi 88 anni di storia, un evento che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile.
La notizia arriva in un momento particolarmente delicato, proprio mentre la Commissione Europea si prepara a rivedere la strategia del “tutto elettrico” entro il 2035. Una coincidenza che non passa inosservata e che evidenzia le profonde contraddizioni di un settore in crisi.
Un simbolo che si spegne
Lo stabilimento di Dresda, con le sue pareti trasparenti che permettevano ai visitatori di ammirare il processo produttivo, era nato come simbolo di eccellenza. Inizialmente dedicato all’ammiraglia Phaeton, si era riconvertito alla produzione di veicoli elettrici dopo il 2016, assemblando la ID.3. Una scelta strategica che però non ha dato i frutti sperati: in oltre vent’anni di attività, lo stabilimento ha prodotto meno di 200.000 veicoli, una frazione rispetto ai volumi degli altri impianti tedeschi.
Oggi circa 250 lavoratori si trovano davanti a un bivio: accettare il trasferimento in altri stabilimenti con un bonus fino a 30.000 euro, oppure cercare nuove strade. L’impatto sulla comunità locale è significativo, non solo dal punto di vista economico ma anche simbolico.
Le ragioni di una crisi annunciata
I vertici di Volkswagen parlano chiaro: vendite deboli, pressione della concorrenza cinese in Europa e dazi americani che complicano l’export oltreoceano. Ma c’è di più. Anche in Cina, tradizionale mercato di forza per il gruppo tedesco, BYD ha superato Volkswagen come principale venditore di auto, scardinando equilibri consolidati.
Per tentare di recuperare terreno, Volkswagen ha deciso di avviare la produzione di piccole auto elettriche proprio in Cina, dove i costi sono la metà rispetto alla Germania. Un’ammissione implicita: produrre in Europa non è più competitivo.
Gli analisti dipingono uno scenario preoccupante. Stephen Reitman di Bernstein sottolinea come il gruppo stia affrontando sfide “diffuse”, con la necessità di investire ancora nei motori a combustione tradizionali proprio mentre le aziende erano state spinte a dismettere quella tecnologia. “C’è sicuramente pressione sul flusso di cassa nel 2026”, avverte l’analista.
Un settore in affanno
Andrea Taschini, esperto del settore automotive, non usa mezze misure: “Il sistema automobilistico europeo è in una situazione di eccesso di capacità produttiva crescente, dovuto all’invasione delle auto cinesi low-cost e al restringimento del mercato”. Le sue parole puntano il dito contro il Green Deal europeo, definito “irresponsabile” per le conseguenze non previste su occupazione e industria.
La chiusura di Dresda fa parte di un accordo più ampio con i sindacati che prevede il taglio di 35.000 posti di lavoro in Germania. Il responsabile del marchio VW, Thomas Schafer, ammette che la decisione “non è stata presa alla leggera, ma da una prospettiva economica era essenziale”.
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Cosa resterà
Lo stabilimento non scomparirà del tutto. Volkswagen ha annunciato che verrà affittato all’Università Tecnica di Dresda per creare un campus di ricerca su intelligenza artificiale, robotica e chip, con un investimento previsto di 50 milioni di euro. La struttura continuerà anche a essere utilizzata per la consegna di veicoli ai clienti e come attrazione turistica.
Ma il messaggio è chiaro: l’Europa dell’auto è a un bivio. Come sottolinea il ministro Adolfo Urso, “non accetteremo misure tampone: serve una svolta chiara, fatta di riforme profonde”. La pressione su Bruxelles cresce, mentre l’industria automobilistica europea cerca disperatamente una via d’uscita da una crisi che appare sempre più strutturale.
