Draghi verso Kiev: la carta italiana che divide l’Europa

Meloni rilancia l’ex premier come inviato UE: prestigio o fuga dal rischio?

Il nome di Mario Draghi torna al centro della scena politica europea, stavolta non per guidare un governo o presiedere una banca centrale, ma per una missione altrettanto delicata: rappresentare l’Unione Europea in Ucraina come inviato speciale. L’apertura arriva direttamente da Palazzo Chigi, con il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari che, intervistato dal Foglio, non ha esitato: “Se fosse per noi, sì”.

Una mossa che sorprende solo in apparenza. Dietro questa candidatura c’è una strategia precisa dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che aveva già anticipato durante la conferenza di fine anno la necessità di una figura istituzionale europea dedicata alla crisi ucraina. La premier aveva sottolineato come Emmanuel Macron avesse ragione nel proporre un dialogo tra Bruxelles e Mosca, ma con una precisazione fondamentale: parlare soltanto con una parte del conflitto rischia di produrre risultati marginali.

Draghi rappresenterebbe, secondo il ragionamento governativo, la carta vincente dell’Italia nello scacchiere diplomatico europeo. L’ex presidente della BCE gode infatti di un credito consolidato nelle principali capitali del continente. Il sostegno francese sembra scontato, così come quello della presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Germania e Francia, pesi massimi dell’Unione, guarderebbero con favore a questa soluzione.

Eppure, dietro il curriculum impeccabile e il prestigio internazionale, alcuni interrogativi restano. Draghi è certamente un tecnico di comprovata esperienza, ma la questione ucraina richiede più di competenze economiche e diplomatiche tradizionali. Serve sensibilità politica, capacità di mediazione in un contesto dove le tensioni sono altissime e gli equilibri fragili. L’ex premier ha dimostrato abilità nel gestire crisi finanziarie, ma la guerra è un terreno diverso, fatto di complessità geopolitiche e umane che vanno oltre i numeri.

C’è poi un aspetto paradossale in questa proposta: un governo che in passato non ha mai nascosto le distanze politiche con l’agenda draghiana ora lo indica come figura ideale per rappresentare l’Europa. È una mossa pragmatica o un modo elegante per esternalizzare una responsabilità complessa? La sensazione è che Roma voglia capitalizzare il prestigio di Draghi senza doversi assumere direttamente i rischi di una missione che potrebbe rivelarsi più spinosa del previsto.

La proposta si inserisce in un quadro più ampio di iniziative italiane sulla crisi ucraina, dopo il discusso “modello articolo 5 NATO” avanzato da Meloni. L’idea di un inviato speciale europeo nasce dall’esigenza di dare all’Unione un volto e una voce unici nel dialogo con Kiev e, potenzialmente, con Mosca. Ma affidarsi a Draghi significa anche riconoscere implicitamente la mancanza di alternative politiche credibili all’interno delle istituzioni comunitarie.

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Resta da capire se l’ex premier accetterà questa nuova sfida e se davvero riuscirà a portare quel valore aggiunto che tutti si aspettano. Una cosa è certa: il suo eventuale incarico sarà osservato con attenzione, non solo per i risultati diplomatici, ma anche per verificare se la credibilità costruita in anni di carriera istituzionale sarà sufficiente in uno scenario così volatile e imprevedibile come quello della guerra in Ucraina.

Fonte: qui e qui

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