
Dall’ex premier una legittimazione politica che pesa sull’Europa e sul 2026
Nell’intervista rilasciata a Il Foglio, diretto da Claudio Cerasa, Mario Monti propone una valutazione articolata e per molti inattesa sull’azione di governo di Giorgia Meloni e sulle sue prospettive europee.
Al di là delle singole affermazioni, l’intervista apre uno spazio politico che va letto con attenzione, perché rompe schemi consolidati nel dibattito italiano.
Monti riconosce che il governo guidato da Meloni si è rivelato “al di sopra delle aspettative, pessimistiche, che molti avevano sia in Italia che all’estero”. Secondo l’ex presidente del Consiglio, i timori più diffusi, crisi finanziarie, isolamento internazionale, tensioni strutturali con Bruxelles, non si sono dimostrati fondati.
Un punto centrale dell’analisi riguarda la stabilità dell’esecutivo. Monti la indica come elemento chiave della credibilità internazionale dell’Italia, sottolineando come si tratti di un risultato tutt’altro che scontato per un governo di centrodestra partito con forti pregiudizi addosso, sia interni sia esterni.
È sul piano europeo, però, che l’intervista assume un peso particolare. Monti afferma che Meloni dispone di un “potenziale grande” e colloca questa valutazione in un contesto preciso: una fase storica in cui “passi più risoluti verso una vera Unione europea sono questione di sopravvivenza per il continente”.
In questo quadro, osserva Monti, l’Italia si presenta con una combinazione rara: una relativa solidità economica e politica e un governo che, tra i grandi Paesi europei, appare come “l’unico piuttosto solido”. Condizioni che, a suo giudizio, aprono uno spazio per un ruolo più attivo dell’Italia nel processo di integrazione europea.
Monti affronta senza ambiguità anche il percorso politico della presidente del Consiglio. Parla di una Meloni che al governo è stata “per fortuna incoerente e trasformista” rispetto a posizioni del suo passato.
Lontano dal tono polemico, l’ex premier attribuisce a questo cambiamento un valore positivo: il rapporto costruttivo con le istituzioni europee e l’attenzione alla disciplina di bilancio, in particolare attraverso l’asse con il ministro Giorgetti, vengono indicati come trasformazioni decisive e utili per il Paese.
Nell’intervista non mancano giudizi severi sulle opposizioni. Monti parla di una “incapacità quasi incredibile” di incalzare il governo su una questione che definisce cruciale: la costruzione europea.
Il confronto con l’esperienza del governo Draghi, invece, viene trattato con cautela: Monti evita classifiche o proclami di superiorità, limitandosi a osservazioni di equilibrio.
È qui che l’intervista va letta politicamente.
Le parole di Monti non sono solo una valutazione tecnica sull’azione di governo, ma producono un effetto di legittimazione politica che pesa, soprattutto perché arriva da una figura storicamente associata all’europeismo rigoroso e all’establishment comunitario.
Il messaggio implicito è chiaro: nella fase che si apre, segnata dalle pressioni americane e da un’Europa che fatica a trovare una direzione unitaria, Meloni non viene descritta come un problema da contenere, ma come una possibile protagonista di una nuova fase. Non una comprimaria, ma una leader in grado, se sceglierà quella strada, di incidere sul processo di integrazione.
Che questa lettura piaccia o meno, il dato politico resta. Quando un ex premier come Monti utilizza questi termini, il perimetro dell’intervista si allarga e diventa segnale. Segnale verso l’Europa, ma anche verso una politica italiana che continua a leggere il presente con categorie ormai superate.
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Monti indica il 2026 come un anno chiave per il futuro dell’Unione europea. In questo scenario, la stabilità dell’Italia e la credibilità internazionale accumulata dal governo diventano fattori centrali.
Resta da vedere se la presidente del Consiglio vorrà e saprà cogliere questa finestra storica, scegliendo un europeismo costruttivo e di leadership.
Il riconoscimento di Monti, comunque lo si voglia interpretare, non è neutro. Ed è proprio per questo che merita di essere letto non solo per ciò che dice, ma per ciò che politicamente suggerisce.
