Nuovi guai per Greta: arrestata a Londra per sostegno a gruppo bandito

L’attivista fermata a Londra durante un presidio pro-Palestine Action: applicato il Terrorism Act

La paladina del clima torna a far parlare di sé, ma stavolta non per le sue battaglie ambientaliste. L’attivista svedese è finita in manette nella capitale britannica mentre manifestava a favore di una causa ben lontana dai suoi slogan contro le emissioni di CO2.

La giovane militante di ventun anni è stata fermata dalle autorità londinesi durante un presidio organizzato per esprimere solidarietà a Palestine Action, un’organizzazione etichettata come terroristica dal governo laburista di Keir Starmer. Un salto tematico piuttosto evidente per chi ha costruito la propria immagine pubblica sui cambiamenti climatici e le emergenze ambientali.

L’episodio si è consumato davanti agli uffici della Aspen Insurance, compagnia accusata dai manifestanti di collaborare con Elbit Systems, azienda israeliana attiva nel settore della difesa. La svedese brandiva un cartello con una scritta inequivocabile: “Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”. Parole forti, che l’hanno portata direttamente nelle braccia delle forze dell’ordine.

Gli agenti della City of London Police hanno proceduto all’arresto in base all’articolo 13 del Terrorism Act del 2000, che vieta qualsiasi forma di supporto pubblico verso organizzazioni messe al bando. Una norma chiara, che evidentemente la manifestante ha scelto di ignorare.

Il video:

La mobilitazione mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione di otto detenuti appartenenti al collettivo pro-palestinese, attualmente in sciopero della fame da oltre cinquanta giorni. Questi militanti si trovano in custodia cautelare da mesi, in attesa di giudizio dopo che il loro gruppo è stato classificato come entità terroristica dalle autorità britanniche.

Viene da chiedersi quando la giovane attivista abbia deciso di ampliare così drasticamente il proprio raggio d’azione. Dalle manifestazioni studentesche per il clima alle piazze pro-palestinesi, il passo sembra lungo e non privo di contraddizioni. Chi la seguiva per le sue battaglie ecologiste potrebbe legittimamente interrogarsi su questa svolta militante che abbraccia tematiche geopolitiche estremamente divisive.

Non è certamente la prima volta che l’ex studentessa svedese finisce nei guai con la giustizia. Il suo curriculum di arresti si è arricchito nel tempo, tra blitz e manifestazioni non autorizzate in vari Paesi europei. Quello che cambia, stavolta, è la natura dell’accusa: non più semplici violazioni di ordinanze pubbliche, ma sostegno dichiarato a un’organizzazione definita terroristica dallo Stato britannico.

La scelta di schierarsi apertamente a favore di un gruppo bandito solleva interrogativi sulla consapevolezza delle conseguenze legali. Difficile credere che un’attivista navigata come lei ignorasse i rischi connessi all’esposizione di quel cartello. Più probabile che si tratti di una provocazione calcolata, nel solco di una strategia comunicativa che punta sull’impatto mediatico delle proprie azioni.

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Il caso rimette al centro del dibattito il confine tra libertà di espressione e sostegno ad attività illecite. Le autorità britanniche hanno tracciato una linea netta con la messa al bando di Palestine Action, e chiunque la attraversi deve essere pronto ad affrontarne le conseguenze. Greta compresa.

Fonte: qui e qui

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