
Torino in fiamme dopo lo sgombero: il corteo pro-Askatasuna degenera in guerriglia urbana
La manifestazione indetta dagli antagonisti per protestare contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna si è trasformata in poche ore in un pericoloso teatro di violenze nel cuore di Torino. Oltre duemila persone si sono radunate nel pomeriggio di venerdì partendo da Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, per dare vita a quello che le autorità avevano già classificato come corteo “a bollino rosso”.
Gli slogan urlati dai manifestanti non lasciano spazio a interpretazioni: “La difenderemo con la lotta”, “Askatasuna significa libertà” e soprattutto “Nessuno ci fermerà”. Dal microfono montato sul furgone di testa risuonano dichiarazioni che suonano come autentiche sfide alle istituzioni: “Dobbiamo lanciare un messaggio inequivocabile a questo governo militare che teme la nostra presenza”. Un linguaggio aggressivo e intimidatorio che preannuncia quanto accadrà di lì a poco.
Il corteo si snoda tra bandiere palestinesi e vessilli del movimento No Tav, mentre gli organizzatori si lanciano in una retorica enfatica: “Questa è la Torino che non si piega, la Torino partigiana. Noi costruiamo la storia”. Frasi pompose che contrastano drammaticamente con la realtà dei fatti: violenze gratuite contro chi deve garantire l’ordine pubblico. E poi arriva la minaccia più inquietante: “Questo è soltanto l’inizio”, un avvertimento che prelude alle tensioni imminenti.
La situazione precipita quando il gruppo tenta di avvicinarsi all’edificio sgomberato in corso Regina Margherita. Le forze dell’ordine, che hanno il compito di impedire l’accesso all’area, si trovano davanti un muro di violenza. I manifestanti più aggressivi, molti dei quali con il volto coperto, ribaltano cassonetti della spazzatura creando barricate improvvisate. Non si fermano qui: iniziano a scagliare pietre, bottiglie e persino bombe carta contro gli agenti schierati.
La polizia, inizialmente, cerca di contenere la situazione utilizzando gli idranti per disperdere chi insiste nel tentativo di sfondare il cordone di sicurezza, posizionato a circa cinquecento metri dalla palazzina occupata. Ma di fronte all’escalation di violenza, gli agenti sono costretti a rispondere con i lacrimogeni. Ne scaturisce una vera e propria guerriglia: manganellate da una parte, bastonate dall’altra, in un’area completamente militarizzata dove i residenti si trovano ostaggio di una situazione fuori controllo.
Questo clima di tensione non sorprende chi conosce la storia recente di Askatasuna. Lo sgombero, avvenuto all’alba di mercoledì scorso, arriva dopo settantanta giorni di episodi violenti: sassaiole, minacce e ripetuti scontri di piazza che hanno reso insostenibile la convivenza civile nel quartiere Vanchiglia. Non a caso le istituzioni hanno deciso di intervenire con fermezza.
Il vicepremier Tajani, in visita a Torino proprio oggi, non usa giri di parole definendo i protagonisti delle violenze “figli di papà che se la prendono con i figli del popolo”, mentre il ministro Zangrillo definisce senza mezzi termini l’ex centro sociale come “luogo di eversione”. Parole dure che fotografano una realtà preoccupante.
Nel frattempo, la città deve fare i conti con intimidazioni che vanno oltre la piazza: compaiono scritte minacciose contro l’assessore regionale Marrone, tra cui un agghiacciante “Datti fuoco”. Un clima di odio inaccettabile in una democrazia.
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Mentre il quartiere rimane presidiato e i disordini proseguono, resta l’amara constatazione: dietro la retorica della libertà e dei diritti si nasconde troppo spesso la volontà di imporre con la forza le proprie ragioni, calpestando le regole dello Stato di diritto.
