Natale lontano da casa: la “famiglia nel bosco” resta separata

La Corte dice no al ricorso: la “famiglia nel bosco” resta divisa durante le feste

Un’altra doccia fredda per Nathan e Catherine, i genitori anglo-australiani che da settimane lottano per riabbracciare i loro tre bambini. La Corte d’Appello dell’Aquila ha respinto il ricorso presentato dai loro legali, confermando di fatto la decisione del Tribunale per i Minorenni che aveva strappato i figli alla coppia lo scorso 20 novembre, trasferendoli da Palmoli a una struttura protetta di Vasto.

Il verdetto arriva a pochi giorni dal Natale, condannando questa famiglia a trascorrere le festività divisa. Catherine può vedere i piccoli solo in alcuni momenti prestabiliti della giornata all’interno della casa famiglia, mentre Nathan resta completamente escluso dalla vita quotidiana dei suoi figli. Una situazione che appare paradossale: una madre costretta a vivere nella stessa struttura dei bambini ma senza poterli accudire liberamente, un padre tenuto a distanza come se rappresentasse un pericolo.

Giovedì pomeriggio, Nathan è stato avvistato uscire dallo studio legale di Chieti dove ha incontrato l’avvocatessa Danila Solinas per circa novanta minuti. Il suo volto parlava più delle parole che ha rifiutato di pronunciare: provato, stanco, logorato da una battaglia che sembra non avere fine. Chi lo conosce racconta di un uomo che spera ancora, nonostante tutto, in un miracolo che riporti i suoi figli a casa.

I legali della famiglia, Marco Femminella e Danila Solinas, hanno presentato alla Corte documenti che dovrebbero dimostrare il cambiamento di rotta della coppia: disponibilità ad adeguare l’abitazione, impegno a far frequentare la scuola ai bambini, promessa di completare il ciclo vaccinale. Elementi che, secondo la difesa, avrebbero dovuto rimuovere le criticità contestate inizialmente. Ma evidentemente non è bastato.

“La giurisdizione si esercita nell’avere giustizia”, aveva dichiarato l’avvocato Femminella pochi giorni fa durante la trasmissione Storie Italiane su Rai1. “Troppe notizie errate e fuorvianti stanno circolando, persino da parte di figure istituzionali che dovrebbero mantenere maggiore riservatezza”. Il riferimento era chiaro: una vicenda che dovrebbe svolgersi nelle aule di tribunale è diventata un caso mediatico, con il rischio che il rumore di fondo oscuri la verità dei fatti.

La difesa aveva sperato in una soluzione prima delle festività natalizie. “È auspicabile che si risolva prima di Natale”, aveva detto Femminella con un filo di ottimismo. “L’attenzione c’è e pensiamo che avremo questo riscontro”. Invece è arrivato l’ennesimo no, una porta sbattuta in faccia a una famiglia che, secondo molti osservatori, sta pagando un prezzo spropositato rispetto alle presunte mancanze contestate.

Il nodo centrale di questa vicenda ruota attorno a una domanda: fino a che punto lo Stato può interferire nelle scelte educative di una famiglia? Nathan e Catherine hanno scelto uno stile di vita alternativo, vivendo nel bosco e optando per l’istruzione parentale. Scelte legali in Italia, ma che sembrano aver innescato un meccanismo inarrestabile di controlli e sanzioni.

La tutrice nominata dal tribunale ha riferito che i bambini “non sanno leggere” e stanno “imparando ora l’alfabeto”. Eppure, risulta agli atti una certificazione rilasciata da una scuola di Brescia che attesterebbe il loro livello di preparazione. Chi mente? Chi ha interesse a dipingere questi bambini come vittime di un presunto abbandono educativo?

Il dubbio che sorge spontaneo è che il sistema dei servizi sociali, troppo spesso sordo e burocratico, abbia agito con eccessiva durezza, preferendo la via più semplice: allontanare i minori anziché accompagnare la famiglia verso un percorso di adeguamento. Perché strappare tre bambini al loro ambiente naturale, privandoli dell’affetto genitoriale, quando i genitori mostrano disponibilità a collaborare?

Non si è fatta attendere la reazione politica. Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, ha tuonato sui social: “Per questi giudici una sola parola: vergogna. I bambini non sono proprietà dello Stato, i bambini devono poter vivere e crescere con l’amore di mamma e papà”.

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Parole forti che esprimono il sentimento di molti italiani che seguono questa storia con incredulità. Al di là delle appartenenze politiche, emerge una domanda universale: è davvero nell’interesse dei minori separarli da genitori che li amano, li accudiscono e ora dimostrano piena disponibilità a rispettare le regole?

Mentre i giudici si riservano altre decisioni e la burocrazia macina tempi lunghi, tre bambini trascorreranno questo Natale lontano dalla loro casa, dal loro papà, dalla normalità di una famiglia unita. E la domanda resta sospesa: chi sta davvero proteggendo questi minori?

Fonte: qui e qui

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