
Diciassette anni dopo, l’ex leader di AN riappare sul palco della destra e ammette errori che hanno cambiato la storia.
Diciassette anni. Tutto questo tempo è passato dall’ultima volta che Gianfranco Fini è salito sul palco di Atreju, la manifestazione che fu anche sua, prima che le sue scelte lo allontanassero da quella comunità che aveva aiutato a costruire. Domenica 8 dicembre 2025, l’ex leader di Alleanza Nazionale è tornato alla kermesse di Fratelli d’Italia per un confronto con Francesco Rutelli, trentadue anni dopo la loro storica sfida per il Campidoglio. Un ritorno pieno di emozioni e, come era prevedibile, di ammissioni tardive.
“È un momento bello, emozionante, un ritorno a casa”, ha esordito Fini davanti a cinquecento persone che lo hanno accolto con calore. Parole che nascondono anni di lontananza, culminati nel 2011 quando Giorgia Meloni decise di non invitarlo più, dopo che nel 2010 Silvio Berlusconi, pronunciando il suo nome da quello stesso palco, venne sommerso da una valanga di fischi dei ragazzi della Giovane Italia.
L’ammissione dell’errore
La frase che ha strappato gli applausi più scroscianti? L’ammissione di un errore che molti nella destra aspettavano da tempo: “L’errore è stato chiedere e ottenere lo scioglimento di Alleanza Nazionale”. Fini ha riconosciuto che quel movimento si fondava su un “senso comunitario” prezioso, oggi ricostruito da Fratelli d’Italia. “Il merito che ha avuto FdI con Giorgia Meloni è ricostruire questa comunità”, ha dichiarato, aggiungendosi di sentirsi “intellettualmente onesto” nell’ammettere gli sbagli.
Ma è proprio qui che emerge il limite dell’uomo Fini: l’onestà intellettuale arriva sempre troppo tardi, quando ormai le conseguenze delle sue scelte hanno già cambiato il corso degli eventi. Aver voluto sciogliere Alleanza Nazionale nel Popolo della Libertà, pur riconoscendo il valore del “senso comunitario” di AN, oggi appare come una mossa dettata più dall’orgoglio personale che da una vera visione politica.
Lo strappo con Berlusconi
Sul palco di Atreju, Fini ha affrontato anche il capitolo più doloroso: la rottura con Silvio Berlusconi nel 2010, quando durante il Consiglio nazionale del Pdl pronunciò quel famoso “che fai mi cacci?”. “Mi sono pentito di aver posto le condizioni che mi hanno portato a ritrovarmi incompatibile col Pdl”, ha ammesso, precisando: “Non mi sono mai fatto comandare da nessuno”.
Questa giustificazione, però, lascia l’amaro in bocca. Silvio Berlusconi aveva costruito il Pdl come “una grande formazione plurale”, ma Fini, con la sua rigidità, non è riuscito a trovare la flessibilità necessaria per tenere unita quella coalizione. La sua incapacità di mediare ha portato alla frantumazione di un progetto ambizioso, mentre il Cavaliere ha continuato a guidare il centrodestra con pragmatismo e concretezza.
Leggi anche: Sondaggi politici: Fratelli d’Italia al 31%, Forza Italia supera la Lega
Il presente e il futuro
Oggi Fini si riconosce nel centrodestra: “L’ho votata, la voterò”, ha detto parlando di Meloni, anche se “non condivido al 100%, come è naturale da uomini liberi”. Ha sottolineato di non chiedere nulla ad Arianna e Giorgia Meloni, consapevole che “sono passati tanti anni, è tutto cambiato”.
Rutelli, dal canto suo, ha commentato con ironia: “È come il film Ritorno al futuro”, aggiungendo di essere venuto “per un tributo a un fondatore”. L’ex sindaco ha espresso rispetto per Meloni, chiamata a “gestire un periodo di cambiamento geopolitico”, e ha auspicato che maggioranza e opposizione trovino “alcune aree di convergenza”. Sul centrosinistra di oggi, invece, la sua risposta è stata lapidaria: “Faccia la domanda successiva”.
Il ritorno di Fini ad Atreju chiude un cerchio, ma lascia aperta una domanda: quanto sarebbe stata diversa la storia del centrodestra italiano se l’orgoglio personale non avesse prevalso sulla ragion di partito?
Fonte: ilfattoquotidiano.it – corriere.it
