
Gli “aumenti” 2025-2026 smontati punto per punto: rivalutazioni minime, fisco aggressivo e un sistema che penalizza chi ha lavorato davvero.
Parliamoci chiaro: quando lo Stato annuncia “aumenti delle pensioni”, dovremmo tutti alzare un sopracciglio. Perché dietro ogni comunicato trionfalistico si nasconde una realtà ben diversa, fatta di cifre ridicole, meccanismi fiscali punitivi e un sistema previdenziale che premia chi non ha mai versato un euro rispetto a chi ha lavorato una vita intera.
Lo 0,8% del 2025 e l’1,4% del 2026: chiamateli pure aumenti
Il decreto del Ministero dell’Economia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28 novembre, fissa la perequazione allo 0,8% per il 2025 e all’1,4% per il 2026. Sulla carta sembra un meccanismo automatico, tecnico, quasi inevitabile. Nella pratica è un’elemosina che non compensa nemmeno lontanamente l’inflazione reale che gli italiani hanno subito negli ultimi anni Il Sole 24 Ore.
Facciamo i conti: tra il 2022 e il 2026, l’inflazione cumulata supera il 16%. Ma grazie al sistema a fasce della perequazione e alla morsa dell’Irpef, l’aumento effettivo nella maggior parte dei casi si ferma al 12-13%. Il resto? Divorato dal fisco. Quella che dovrebbe essere una rivalutazione per restituire potere d’acquisto diventa in realtà un meccanismo di recupero fiscale mascherato.
Tre euro in più per le pensioni minime: una cifra che offende l’intelligenza
Secondo le simulazioni della CGIL, la pensione minima passerà da 616,67 a 619,79 euro mensili nel 2026. Tre euro e dodici centesimi. Parliamo di una cifra che non basta nemmeno per un caffè al giorno. Chi percepisce 1.000 euro netti vedrà un aumento di 11 euro al mese dopo le trattenute fiscali. Undici euro che evaporeranno al primo rincaro della bolletta elettrica Il Sole 24 Ore.
Questi non sono aumenti. Sono prese in giro istituzionalizzate. E il fatto che vengano presentati come conquiste sociali è ancora più offensivo.
Il sistema a fasce: Robin Hood al contrario
Il meccanismo prevede un adeguamento al 100% per le pensioni fino a quattro volte il minimo (circa 2.400 euro lordi), del 90% tra quattro e cinque volte, e del 75% oltre. In teoria, un sistema progressivo che tutela i più deboli. In pratica, l’ennesima redistribuzione forzata che punisce chi ha contribuito di più e premia chi ha contribuito meno.
Ma la vera beffa arriva quando si incrocia questo meccanismo con il sistema fiscale. L’Irpef erode ogni rivalutazione sopra gli 8.500 euro annui. Risultato: chi ha lavorato e versato contributi per decenni si ritrova con meno soldi in tasca rispetto a chi percepisce prestazioni assistenziali totalmente esenti da tasse.
Il paradosso assistenziale: chi ha lavorato prende meno
Ecco il capolavoro del sistema previdenziale italiano: una pensione maturata di 384 euro, integrata al minimo e maggiorata socialmente, arriva a 749 euro netti senza alcuna trattenuta fiscale. Una pensione contributiva di 807 euro, frutto di anni di lavoro, dopo Irpef e addizionali scende a 746 euro netti. Chi ha lavorato di più prende meno. Chi non ha versato quasi nulla prende di più Il Sole 24 Ore.
Questo non è un sistema previdenziale. È un sistema assistenziale che punisce il merito e premia l’inattività.
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La pressione fiscale silenziosa
L’aliquota media Irpef per una pensione di 1.000 euro è passata dal 10,19% nel 2022 al 12,91% nel 2026. Per importi più alti, la pressione cresce ancora di più. La no tax area è ferma a 8.500 euro annui, un limite anacronistico che non tiene conto di nessuna dinamica economica reale.
Il risultato è che una quota enorme della rivalutazione finisce dritta nelle casse dello Stato. La perequazione diventa uno strumento fiscale, non un meccanismo di tutela.
Serve una riforma, non elemosine
Gli aumenti non risolveranno mai il problema strutturale del sistema pensionistico italiano. Servono riforme coraggiose: separazione netta tra assistenza e previdenza, revisione della fiscalità sulle pensioni, eliminazione delle storture che premiano chi non ha contribuito. Ma servirebbe anche il coraggio politico di dire la verità agli italiani: questo sistema è insostenibile e continuerà a penalizzare chi ha lavorato per premiare chi non l’ha fatto.
Nel frattempo, i pensionati possono godersi i loro tre euro in più. Sempre che l’inflazione non se li mangi prima ancora di vederli.
Fonte: ilsole24ore.com
