Flotilla, la Svizzera presenta il conto agli attivisti…

Flotilla: fatture per l’assistenza consolare dopo l’arresto in Israele, scatenano nuove tensioni

Le lettere del Dipartimento federale degli Esteri sono arrivate come una sorpresa tutt’altro che piacevole. Ai partecipanti svizzeri delle missioni Global Sumud Flotilla è stato chiesto di rimborsare tra i 300 e i 1.047 franchi per l’assistenza ricevuta dopo l’arresto in Israele. Circa una ventina di persone, coinvolte nelle spedizioni Waves of Freedom e Thousand Madleens to Gaza, si sono viste recapitare il conto per operazioni che, secondo loro, erano state presentate come “umanitarie” e quindi coperte dal normale supporto consolare.

La Radiotelevisione svizzera ha ricostruito l’intera vicenda partendo proprio da queste lettere, che elencano spese amministrative, contatti con le autorità israeliane e interventi d’emergenza. Ma alcuni dei destinatari non ci stanno: dicono che l’assistenza fornita sia stata minima, quasi simbolica. Il caso più citato è quello di Sébastien Dubugnon, che nega addirittura che la Confederazione abbia organizzato il volo di rientro e parla di un coinvolgimento consolare “più teorico che reale”. Da qui nasce un clima di tensione crescente tra gli attivisti dell Global Sumud Flotilla e le istituzioni federali.

La decisione di far pagare parte dei costi apre anche un fronte nuovo. Non riguarda solo i diretti interessati, ma tocca un principio più ampio: fino a che punto lo Stato deve farsi carico dei rischi presi volontariamente da cittadini che operano in aree di conflitto? Nel contesto delicato del dossier israelo-palestinese, il segnale dato dal governo svizzero rischia di influenzare il modo in cui verranno trattate, in futuro, missioni civili e iniziative non coordinate ufficialmente. È una scelta che, letta sul piano economico, indica rigore; sul piano politico, potrebbe essere interpretata come un (doveroso) invito alla prudenza.

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La vicenda non passa inosservata neppure fuori dai confini elvetici. In diversi Paesi europei — Italia compresa — le ambasciate registrano un aumento delle richieste di aiuto da parte di volontari, cooperanti e attivisti che agiscono in autonomia. Il caso svizzero potrebbe diventare uno spartiacque: se Berna apre la strada al rimborso obbligatorio, altri governi potrebbero valutare qualcosa di simile, soprattutto in un periodo in cui i bilanci pubblici sono sotto pressione e gli uffici consolari lavorano al limite.

Gli attivisti della Flotilla hanno già annunciato un ricorso formale. Difficile immaginare che il governo faccia marcia indietro: farlo significherebbe aprire un precedente che potrebbe pesare in futuro. È più probabile che si arrivi a una lunga disputa amministrativa, nella quale verrà richiesto di definire, una volta per tutte, quali interventi lo Stato debba garantire e quali no. Nel frattempo, chi deciderà di unirsi alle future missioni verso Gaza dovrà fare i conti non solo con il rischio operativo, ma anche con la possibilità di ritrovarsi una fattura da pagare al ritorno.

Fonti:
Radiotelevisione svizzera (RSI)

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