Alessandro Ambrosio, il capotreno accoltellato senza un perché

Accoltellato alle spalle fuori dalla stazione: l’accusa più grave e le domande che restano senza risposta

La morte di Alessandro Ambrosio, il capotreno accoltellato nella sera del 5 gennaio all’esterno della stazione centrale di Bologna, porta con sé il peso di un’accusa terribile: l’omicidio per motivi abietti. È questa l’ipotesi che la Procura di Bologna, guidata dal pubblico ministero Michele Martorelli, ha formulato contro Marin Jelenic, il cittadino croato di 36 anni fermato ventiquattro ore dopo il delitto a Desenzano del Garda.

Due le aggravanti contestate: la prima, quella che pesa come un macigno sulla coscienza collettiva, riguarda proprio la bassezza dei moventi. La seconda si riferisce al luogo in cui si è consumato l’omicidio, nelle immediate vicinanze di uno snodo ferroviario. Aggravanti che trasformano un gesto già drammatico in qualcosa di ancora più insopportabile da comprendere.

Alessandro Ambrosio, 24 anni, aveva tutta la vita davanti. Lavorava con impegno, era benvoluto. Quella sera, nel parcheggio riservato ai dipendenti del piazzale ovest della stazione bolognese, è stato colpito alle spalle. Non ha avuto alcuna possibilità di difendersi, come ha sottolineato con dolore straziante suo padre: “Mio figlio non ha mai fatto del male a una mosca. Non riesco a capire cosa sia successo”.

L’aggressore lo avrebbe seguito per diversi minuti prima di colpirlo con violenza all’addome. Un’azione premeditata, fredda, che solleva interrogativi angoscianti sulla natura umana e sulla fragilità della vita quotidiana.

Dopo aver commesso l’omicidio, Jelenic è riuscito a dileguarsi. Ha trascorso ore a vagare, prima su un treno regionale diretto a Milano, da cui è stato fatto scendere a Fiorenzuola per comportamenti aggressivi e molesti, poi nella capitale lombarda. Le telecamere di sorveglianza lo hanno immortalato in Piazza Duca d’Aosta e in via Farini. Ha preso il tram 4 e ha raggiunto l’ospedale Niguarda, dove ha trascorso l’intera notte, fino alle prime luci dell’alba.

Il giorno successivo è ripartito verso la stazione, acquistando un biglietto per Villach, in Austria. Ma non ce l’ha fatta. Davanti alla stazione di Desenzano del Garda, nel tardo pomeriggio del 6 gennaio, il suo atteggiamento confuso e smarrito ha attirato l’attenzione di una pattuglia della Polizia di Stato. “Vagava con aria persa”, ha spiegato il questore di Brescia Paolo Sartori. Gli agenti, insospettiti, hanno deciso di fermarlo. Quando hanno capito di avere davanti l’uomo ricercato per l’omicidio del capotreno, hanno attivato immediatamente le procedure.

“So di essere ricercato, ma non esattamente per che cosa”, avrebbe detto Jelenic agli agenti, apparendo confuso e quasi dissociato dalla realtà. Parole sconcertanti, che rendono ancora più incomprensibile la dinamica di quanto accaduto.

La figura di Marin Jelenic emerge con contorni inquietanti dalle indagini. A suo carico risultano numerosi controlli nelle stazioni di Milano Centrale, Lambrate, Pavia, Bologna, e lungo i confini di Trieste e Tarvisio. Il 22 dicembre era stato trovato in possesso di un coltello nella zona Corvetto di Milano. Contro di lui pendeva un provvedimento di allontanamento dal territorio comunitario, disposto dal prefetto di Milano, rimasto però inattuato.

Durante la fuga, avrebbe tentato più volte di chiamare un numero in Croazia, chiedendo ai passeggeri di usare i loro telefoni. Non è chiaro se anche Alessandro Ambrosio fosse stato avvicinato con la stessa richiesta prima di essere aggredito.

L’aggravante dei motivi abietti è quella che più colpisce nell’intera vicenda. Cosa può spingere un uomo a uccidere senza apparente ragione, con tanta freddezza? Qual è la bassezza morale che giustifica, agli occhi del carnefice, l’eliminazione di una vita innocente?

Alessandro Ambrosio rappresentava tutto ciò che di normale e dignitoso esiste nella nostra società. Un ragazzo che lavorava, amato dalla famiglia, senza nemici. La sua morte, così violenta e ingiustificata, ci mette di fronte all’abisso della crudeltà umana quando questa si manifesta senza freni né pietà.

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L’udienza di convalida del fermo, che si terrà a Brescia entro le prossime ore, dovrà fare chiarezza su questa tragedia. Ma difficilmente restituirà un senso a ciò che senso non può avere.

Fonte: qui e qui

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