
Askatasuna, dalla violenza di piazza allo sgombero: quando il dissenso diventa sopraffazione
L’alba del 18 dicembre 2025 ha posto fine a un’occupazione durata ventinove anni. Lo sgombero del centro sociale Askatasuna in corso Regina Margherita a Torino ha scatenato immediate reazioni politiche polarizzate, ma dietro questa operazione delle forze dell’ordine si celano mesi di episodi violenti che hanno poco a che vedere con il legittimo diritto di manifestare.
Settanta giorni documentati dalle indagini della Procura. Dal 22 settembre al 28 novembre, un crescendo di aggressioni, danneggiamenti e scontri che ha portato a otto perquisizioni e diciassette persone indagate. I reati contestati disegnano un quadro inquietante: violenza privata, lesioni personali aggravate, interruzione di pubblico servizio, danneggiamento aggravato, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Non parole astratte, ma fatti concreti che hanno terrorizzato cittadini e commercianti.
L’elenco degli episodi è impressionante. Il 3 ottobre, durante una mobilitazione, viene attaccata la sede di Leonardo in corso Francia: lancio di pietre e oggetti contundenti contro le forze dell’ordine, sei agenti feriti, dieci auto di dipendenti danneggiate, cancelli e telecamere distrutti per un totale di 25mila euro di danni. Le devastazioni alle Officine Grandi Riparazioni, alla vigilia di eventi istituzionali, causano 132mila euro di distruzione. Il 14 novembre, gli attivisti irrompono negli uffici della Città Metropolitana armati di estintori.
Ma l’episodio che segna forse il punto di rottura definitivo avviene il 30 novembre: l’assalto alla redazione de La Stampa. Un gruppo di manifestanti scavalca i cancelli, minaccia le addette alla reception, invade gli uffici gridando “Giornalista ti ammazziamo”. Asportano telecamere di sorveglianza, forzano ingressi, devastano la redazione. Un attacco diretto alla libertà di stampa, pilastro fondamentale della democrazia, che non può essere tollerato in nessuna società civile.
Il post di FDI:
Le nostre Forze dell’Ordine sono impegnate a contrastare la violenza dei centri sociali, che pretendono anche di occupare spazi illegalmente.
Il Governo Meloni ha fermato tutto questo. pic.twitter.com/CMRvlfD6BJ
— Fratelli d’Italia 🇮🇹 (@FratellidItalia) December 19, 2025
Eppure, davanti a questa cronaca di violenze sistematiche, esponenti politici hanno scelto la strada della difesa incondizionata. Nicola Fratoianni ha accusato la polizia: “Non ha fatto bene a sgombrare”. Marco Grimaldi ha parlato di “spettacolarizzazione della forza”. Ilaria Salis ha denunciato “repressione” e “propaganda”. Si sono preoccupati delle famiglie svegliate all’alba dall’operazione, dimenticando i mesi di terrore vissuti da chi lavora e vive in quella zona di Torino.
Chiamare questi comportamenti espressione di “solidarietà, cultura e dissenso” significa stravolgere il significato delle parole. Il diritto costituzionale di manifestare il proprio pensiero non include il diritto di aggredire, devastare, intimidire. Non si può confondere la protesta legittima con l’azione squadristica, l’impegno sociale con la violenza organizzata.
Particolarmente grave appare l’invito esplicito alla guerriglia urbana lanciato da Giorgio Rossetto, indicato dagli inquirenti come vertice del centro sociale. In un’intervista rilasciata mentre si trovava agli arresti domiciliari, Rossetto ha dichiarato: “Spero che la risposta allo sgombero sia adeguata”, auspicando di fare di Torino “la nuova Val di Susa” attraverso “un logoramento dello schieramento avversario”. Parole che evocano scenari di conflitto permanente e che dovrebbero allarmare chiunque abbia a cuore la convivenza civile.
La sera stessa dello sgombero, la risposta è arrivata puntuale. Il corteo di protesta si è trasformato in guerriglia urbana: tentativi di rioccupare con la forza il centro sociale, scontri violenti con la polizia, lancio di oggetti contundenti che hanno ferito dieci agenti, idranti e lacrimogeni necessari per contenere i disordini. Una troupe della Rai è stata aggredita, con vernice spray spruzzata in faccia a un operatore. Il quartiere Vanchiglia, nel giorno precedente alle festività natalizie, è stato militarizzato, con gravi disagi per residenti, commercianti e trasporti pubblici.
Oggi, 20 dicembre, è previsto un nuovo corteo alle 14:30. I commercianti temono ulteriori disagi in uno dei momenti più importanti per l’economia locale. Il presidente di Confesercenti ha lanciato un appello: “Il nostro è già un settore in crisi, mi auguro che i manifestanti abbiano rispetto del nostro lavoro”.
È necessario ribadire con forza alcuni principi basilari. La violenza non è mai strumento legittimo di lotta politica. Chi aggredisce giornalisti, ferisce poliziotti e devasta proprietà pubbliche e private non può essere considerato paladino di alcuna causa giusta. Una città democratica non può permettere che intere zone vengano tenute in ostaggio da gruppi che rifiutano il dialogo e scelgono sistematicamente lo scontro fisico.
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Lo sgombero di Askatasuna non rappresenta un attacco alla libertà di espressione, ma la necessaria risposta dello Stato di diritto a comportamenti criminali reiterati. I veri “bravi ragazzi” sono quelli che manifestano pacificamente, che difendono le proprie idee senza nascondersi dietro passamontagna, che rispettano chi la pensa diversamente. Il dissenso è sacro e va tutelato, ma non può mai trasformarsi in prevaricazione violenta mascherata da impegno sociale.
