Di Maio all’ONU per la pace in Medio Oriente: l’ennesimo salto in avanti dell’ex grillino

Da ex grillino a possibile vicesegretario generale ONU: carriera lampo o azzardo diplomatico?

Luigi Di Maio potrebbe tornare a far parlare di sé. L’ex ministro degli Esteri, già vice presidente del Consiglio e oggi Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo Persico, è il candidato favorito per diventare Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente (Unsco). Se la nomina andrà in porto, si ritroverà anche con il titolo di vicesegretario generale dell’ONU, con base operativa a Gerusalemme.

Un curriculum che lascia perplessi

La notizia, riportata dal Foglio e confermata da testate come il Corriere della Sera, ha alzato più di un sopracciglio. Parliamo dello stesso Di Maio che nel 2018, dal balcone di Palazzo Chigi, annunciò trionfante di aver “abolito la povertà” col reddito di cittadinanza. Lo stesso che, in Campania, promise di bloccare gli aiuti governativi alla Whirlpool per salvare lo stabilimento di via Argine, salvo poi assistere impotente al licenziamento di oltre 300 operai. Insomma, un politico che con le promesse mantenute non ha esattamente un rapporto idilliaco.

Eppure, stando alle fonti diplomatiche, il via libera politico ci sarebbe già. Tanto dal governo Meloni quanto dalle istituzioni europee, che hanno definito “eccellente” il suo lavoro nel Golfo Persico. Di Maio stesso ha confermato che c’è “una complessa procedura in corso, con un esito ancora non definito”, senza aggiungere altro.

Un incarico impossibile?

Coordinare l’Unsco significa gestire uno degli scenari geopolitici più ingarbugliati del mondo. In teoria, Di Maio dovrebbe coordinare le varie agenzie ONU che operano in Medio Oriente, seguire il traballante processo di pace israelo-palestinese e contribuire all’attuazione del cosiddetto Piano Trump per la Palestina. Un progetto che, al momento, resta nebuloso e privo di sostanza.

La difficoltà del ruolo la spiega bene la sua predecessora, la diplomatica olandese Sigrid Kaag, che a giugno ha lasciato l’incarico con un commento lapidario: “Se non c’è un processo di pace, il ruolo di coordinatore va ripensato. Questa funzione nacque con gli Accordi di Oslo, quando c’era ancora il sogno dei due Stati. Ora non è più scontato. A un certo punto bisogna chiedersi: ha ancora senso tutto questo?”.

Il placet di Meloni e il ritorno sulla scena

Colpisce il sostegno del governo Meloni a questa nomina. Di Maio, del resto, non ha risparmiato complimenti all’esecutivo in carica. In un’intervista al Corriere ha sottolineato come “la stabilità politica e di governo degli ultimi anni abbia permesso all’Italia di essere percepita come un attore affidabile”. Una dichiarazione che suona parecchio opportunistica, visto che fu proprio lui, da ministro, a gestire la politica estera italiana durante la fase turbolenta del governo giallorosso.

Venerdì scorso Di Maio è stato ospite ad Atreju, la kermesse di Fratelli d’Italia, partecipando a un dibattito sulla politica estera. Un ritorno in scena che non è passato inosservato, soprattutto per chi ricorda i suoi anni da “pupillo di Beppe Grillo” fino alla rottura col Movimento 5 Stelle nel 2022.

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Il dubbio rimane

Ora bisogna vedere se le procedure formali dell’ONU porteranno davvero a questo nuovo balzo di carriera. Di Maio si troverebbe a operare in un contesto segnato dalle operazioni militari israeliane a Gaza, da una crisi umanitaria devastante e dall’assenza totale di prospettive concrete di pace. Un incarico che richiede credibilità diplomatica, capacità di mediazione e una reputazione internazionale solida.

Viene da chiedersi se l’ex ministro che promise di abolire la povertà e salvare gli operai Whirlpool sia davvero la persona giusta per gestire uno dei dossier più scottanti del pianeta. O se, ancora una volta, siamo di fronte a un’operazione di facciata destinata a sfornare più annunci che risultati concreti.

Fonte: fanpage.itcorriere.it

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